#Isis e #Assad: il tempismo del terrore per seppellire altro terrore

James FoleyLe immagini* della decapitazione del giornalista americano James Foley per  mano dei terroristi di Isis hanno sconvolto e inorridito il mondo. A seguito della diffusione del video c’è stata un’ondata di reazioni a livello internazionale, che hanno portato Isis e i suoi crimini al centro dell’attenzione dei media e della politica internazionale. Come se Isis sia un’emergenza. Come se Isis sia una novità.

La realtà è che Isis (in arabo Daesh, acronimo di Islamic State of Syria and Iraq) esiste da oltre un anno e mezzo e ha già commesso un’infinità di crimini indicibili in Siria. Nel mirino di questi fanatici mercenari – provenienti da diversi paesi, formati, addestrati e armati da governi conniventi, in primis quello di Bashar Al Assad – ci sono civili inermi, bambini, donne, giovani, religiosi, medici, giornalisti, volontari, ma anche i ribelli che combattono contro le milizie di Damasco. Le denunce che da mesi e mesi vengono fatte in Siria contro la violenza e la brutalità dei crimini di Isis non sono mai state ascoltate e solo ora che questi mercenari sono una potenza militare fuori controllo si lancia l’allarme.

Un allarme quasi ad orologeria. C’è un tempismo, infatti, che non bisogna trascurare. Andiamo per ordine.

Secondo la denuncia di attivisti siriani e la ricostruzione di diverse fonti, il giornalista James Foley, entrato in Siria clandestinamente, rapito mentre si trovava in una località tra Binnish e Maaret Nisrin, vicino e Idlib, in Siria, nel 2012, è stato detenuto nelle prigioni del regime per oltre un anno. All’epoca dei fatti Isis non esisteva ancora e quanto meno non aveva la forza e il controllo sul territorio che ha ora. Foley aveva scelto di raccontare il dramma siriano dal punto di vista dei civili presi di mira dall’esercito di Assad.  Aveva realizzato reportage raccontando del Movimento studentesco rivoluzionario, delle manifestazioni anti-governative a Bustan Al Qasr, Aleppo, degli scontri tra le milizie governative e i ribelli. Il suo punto di vista era quello della Siria anti-Assad, quindi era considerato un nemico del regime. Dal 2012 silenzio, fino alla presunta cessione del reporter americano dalle mani del regime alle mani di Isis; si è parlato anche di un bliz fallito delle Forze statunitensi per liberarlo. Infine il video, diffuso il 19 agosto scorso, della sua macabra esecuzione tramite decapitazione. Immagini raccapriccianti, spietate. Sull’autenticità del video le autorità americane non si sono ancora espresse, mentre si moltiplicano in rete analisi e controanalisi di esperti che commentano in un senso o nell’altro. (Si veda http://www.losai.eu/analisi-video-giornalista-decapitato-dai-militanti-dellisis/ ). Il fatto stesso che un giornalista sia stato sequestrato, che sia stato trattenuto per così tanto tempo, che di lui non si siano avute più notizie è gravissimo, disumano, inaccettabile. Un atto criminale. La sua uccisione ha scioccato il mondo, dagli attivisti siriani che lo hanno conosciuto e hanno collaborato con lui al mondo della stampa tutto. Il video ha provocato un’ondata di indignazione che ha toccato anche la politica internazionale. Un’esecuzione disumana, orribile, degna dei peggiori criminali. James Foley era un giornalista, un testimone della verità che ha contribuito a denunciare i crimini del regime siriano. “Non siamo mai stati più orgogliosi di nostro figlio Jim. Ha sacrificato la sua vita per far conoscere al mondo la sofferenza della popolazione siriana” – ha dichiarato la madre Diane Foley.

Dicevamo del tempismo. Il video è stato caricato e diffuso in rete il 19 agosto. Quel giorno e per tutti i giorni successivi la notizia del giornalista americano decapitato e dei crimini di Isis ha occupato le prime pagine dei media internazionali e le agende della politica e dell’intelligence mondiale. Anche il 21 agosto, giornata in cui, per coerenza con i valori della solidarietà, del ripudio della violenza e del terrorismo, delle armi di distruzione di massa e dei crimini contro l’umanità, il mondo avrebbe dovuto quantomeno commemorare le oltre 1460 vittime degli attacchi chimici su Al Ghouta, in Siria. Invece il silenzio. Invece l’oblio. Né i media, né la politica hanno ricordato e condannato l’attacco. Di quelle 1400 vittime circa la metà erano bambini colti nel sonno. Uccisi in maniera spietata, senza colpa alcuna. Migliaia e migliaia sono le persone rimaste intossicate che non hanno trovato cure adeguate negli ospedali da campo. A distanza di un anno le conseguenze dell’attacco sulla popolazione civile si fanno sentire in modo terribile: sono ormai decine i bambini che nascono completamente deformati (molti muoiono poche ore dopo il parto) in conseguenza dei gas inalati dalle madri. L’attacco è stato messo in atto dall’aviazione di Assad, l’unica forza in campo a detenere velivoli capaci di gettare armi di quel peso e a detenere riserve chimiche di così grande portata; la propaganda di Assad ha giocato fino in fondo la sua guerra mediatica, accusando i ribelli di essersi bombardati da soli) (si legga http://www.businessinsider.com/how-assad-benefited-from-ghouta-2014-8#ixzz3B5rz9Amdhttp://www.sirialibano.com/gallerie/chi-ha-usato-il-sarin-per-hersh-e-repubblica-e-un-complotto-internazionale.htmlhttp://the-assad-debunkation.tumblr.com/post/82096998521/debunking-hershs-hodgepodge-on-the-21st-august-ghouta).

Oltre 1400 vittime innocenti, disarmate e indifese. Per loro solo fosse comuni. I loro nomi scritti su nastro adesivo attaccato ai loro corpi. Per loro solo l’oblio. A ricordare il massacro di Al Ghouta con le armi chimiche solo gli attivisti siriani e le donne e gli uomini in ogni zona del mondo che non si sono voltati dall’altra parte. Si veda la documentazione della manifestazioni di volontari e attivisti che si sono svolte in diverse città del mondo: http://hunasouria.altervista.org/siria-23-agosto-2014-video-e-foto-delle-manifestazioni-antigovernative-svo/. Nessuna autorità presente, nessun servizio o titolo di giornale. Oblio voluto.

È il tempismo del terrorismo: commettere un’atrocità abominevole per nascondere, affossare, insabbiare e dimenticare un’altra atrocità. Un punto a favore della propaganda di Assad che è così riuscita a distogliere l’attenzione da questo suo atroce crimine.

*(https://www.youtube.com/watch?v=3OMsARtYaRw&bpctr=1408912604)

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“Vogliamo solo che torni a casa”: il messaggio del padre di Greta Ramelli

imageQuesta mattina Il Giorno ha pubblicato alcuni passaggi di un toccante messaggio di Alessandro Ramelli, padre della giovane Greta, la volontaria italiana scomparsa in Siria ormai da venti giorni, insieme alla collega e amica Vanessa Marzullo.

«Non riusciamo più a vivere senza di lei. Ringrazio tutti quelli che pregano perché il nostro Angelo col sorriso torni presto.

Farnesina, Croce Rossa, suore, istituzioni religiose, amici e parenti: grazie di cuore per la vostra presenza in questo momento di angoscia.
Vogliamo restare in disparte, per scelta nostra e per rispettare le direttive della Farnesina, però sentivamo il bisogno di ringraziare chi sta sperando e pregando insieme a noi. Siamo in costante contatto col ministero, anche se è da alcuni giorni che non arrivano sviluppi alle indagini.

Eravamo stati contattati subito, giorni prima, dalla Farnesina.

Greta è da sempre attiva nel campo del volontariato adesso vogliamo solo che torni a casa».

 

Nel rispetto del silenzio richiesto vi diciamo solo che vogliamo tutti che torniate a casa presto, sane e salve. Il nostro cuore è con voi; siete nelle nostre preghiere, siete nei nostri pensieri ogni giorno, ogni istante.

La Siria nel vostro cuore e voi nel cuore di tutti i siriani.

Appello alla solidarietà: salviamo gli occhi di questo giovane

occhioUna richiesta di aiuto per salvare gli occhi di un giovane siriano, rimasto gravemente ferito ad entrambi gli occhi da un bombardamento su Homs.

E’ il messaggio che mi è arrivato qualche giorno fa da un medico di un ospedale da campo, conosciuto nel mio ultimo viaggio in Siria, lo scorso luglio. Il medico assiste giovani in condizioni gravi, che in Siria non è possibile curare adeguatamente e si impegna per il loro trasferimento in strutture attrezzate lungo le zone di confine.

Il giovane ha bisogno di un urgente intervento per un trapianto delle cornee. I medici prevedono per lui la possibilità di recupero della vista pari al 75-80%.

Per tutelare la dignità e la privacy dell’interessato, non divulgherò il suo nome e la sua foto per intero, ma solo una parte del suo viso.

Chiedo ai lettori che vogliono dare il loro contributo di effettuare una donazione sul conto di Ossmei, Organizzazione Siriana dei Servizi Medici e di Emergenza in Italia, specificando la causale: “intervento occhi” (www.ossmei.com – https://www.facebook.com/OSSMEI).

Diamo una mano ad un giovane che rischia di rimanere cieco a causa delle bombe. Per il suo intervento servono almeno 5000 dollari, ogni aiuto è importante. Grazie.

 

 

 

#Siria, 28 attacchi chimici prima del massacro di Al Ghouta- infografica Snhr

10552618_715308148516963_1270444981621480099_nSecondo il Syrian Network For Human Rights, il regime siriano ha sferrato almeno 28 attacchi con armi chimiche contro la popolazione civile, prima del tristemente noto attacco del 21 agosto 2013 ad Al Ghouta, in cui hanno perso la vita oltre 1400 persone, la metà dei quali bambini colti nel sonno.

La prima volta, in base alle verifiche e alla documentazione raccolta, è stata il 23 dicembre 2012, quando è stata colpita la periferia della città Al-Bayyada. L’ultimo attacco prima del massacro di Al ghouta, inceve, risale al 21 luglio del 2013 ed è stato sferrato contro il campo profughi palestinese di Al Yarmouk, nella periferia meridionale di Damasco. Questi attacchi hanno provocato oltre 83 vittime e 1272 feriti e ustionati.

Il Syrian Network for Human Rights, con sede a Londra, diffonde informazioni e statistiche grazie alla capillare diffusione sul territorio siriano dei suoi corrispondenti e grazie alle informazioni e i rapporti diffusi periodicamente dagli ospedali da campo e dai Coordinamenti Locali.

#Syria #SNHR: http://sn4hr.org/

1° anniversario dell’attacco chimico su Al Ghouta- mobilitazione internazionale

10574265_513421402124505_497035575808450689_nUn appello a mobilitarsi il 21 agosto e creare una rete di solidarietà e supporto alla rivoluzione siriana.

Dichiarazione in solidarietà con la rivoluzione siriana

Mentre i siriani commemorano il primo anniversario degli attacchi chimici su Al-Ghouta, noi sottoscritti siamo solidali con i milioni di siriani che lottano per la dignità e la libertà fin dal marzo 2011. Rivolgiamo un appello ai popolo del mondo perchè agiscano in sostegno della rivoluzione ed i suoi scopi, pretendendo la fine immediata della violenza e del regime illegittimo di Assad.

Per il primo anniversario dell’attacco con armi chimiche, il 21 agosto, invitiamo i sostenitori della Rivoluzione siriana e delle sollevazioni per la libertà, la dignità e la giustizia sociale in tutta la regione e nel mondo, di organizzare eventi per denunciare le atrocità, la disinformazione, le menzogne ed i silenzi vergognosi e per mostrare la propia solidarietà, sia a livello politico che concreto, con la lotta dei cittadini siriani.

I rivoluzionari siriani hanno continuato a lottare per la libertà nonostante gli innumerevoli ostacoli che gli si sono parati innanzi. Per uccidere la rivoluzione, il regime siriano ha perseguito quattro strategie:
1) militarizzazione delle rivolte attraverso una campagna di repressione violenta delle proteste pacifiche che erano durate sei mesi;
2) l’islamizzazione dell’insurrezione, concentrandosi contro i gruppi secolari e lasciando mano libera ai jihadisti;
3) settarizzazione del conflitto attraverso l’assunzione di un numero crescente di combattenti sciiti da altri paesi, abbinata alla presa di mira di città e villaggi a maggioranza sunnita;
4) internazionalizzazione del conflitto, invitando l’Iran, la Cina e la Russia a svolgere un ruolo centrale. Allo stesso tempo, paesi come gli Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar hanno dato il loro sostegno a gruppi reazionari per sconfiggere la rivoluzione.

Anche il caso dei “Douma4” [https://www.facebook.com/douma4?fref=ts] dimostra come i rivoluzionari stiano lottando su due fronti: quattro coraggiosi attivisti che lavorano per il Centro di Documentazioni dei Violazioni sono stati rapiti nel dicembre 2013 da uomini armati, mascherati e sconosciuti. Il motivo principale dietro il rapimento è che questi militanti rappresentano il popolo siriano auto-cosciente e attivo, consapevole della sua forza quando agisce unitariamente, ma soprattutto dimostrano che il popolo rifiuta qualsiasi forma di sottomissione all’autoritarismo. Il sequestro di questi quattro militanti ricorda che il popolo siriano della rivoluzione per la libertà e la dignità non è solo contrario alla dittatura di Assad, ma anche e sempre schierato contro i gruppi reazionari ed opportunisti che sono contrari agli obiettivi della rivoluzione: la democrazia, la giustizia sociale, la fine di settarismo.

Il primo anniversario degli attacchi chimici è l’occasione per riaffermare l’importanza del processo rivoluzionario non solo in Siria ma anche in tutto il mondo arabo. La lotta degli siriani contro la dittatura, contro il jihadismo globale e contro l’imperialismo occidentale non deve essere visto come locale e nemmeno come regionale. È parte di un momento d’insurrezione in cui il mondo è diventato il campo di battaglia. Il nuovo sviluppo in Iraq, fra l’altro, la guerra a Gaza hanno mostrato che il destino della rivoluzione è interconnesso con la situazione in tutta la regione. La lotta dei siriani per la dignità, la libertà e l’autodeterminazione non può quindi essere separata dalla storica ribellione palestinese contro il sionismo, dalle lotte delle donne egiziane contro i militari e le molestie sessuali, dalla coraggiosa insurrezione in Bahrein contro il totalitarismo, dalla lotta curda per l’autodeterminazione, da quella del’ EZLN e delle altre popolazioni indigene nelle loro resistenza contro il razzismo ed il neoliberismo o le grandi ribellioni dei lavoratori contro le misure di austerity che portano solo povertà ai cittadini.

La rivoluzione siriana si trova ad un crocevia. Il mancato arresto dell’ondata contro-rivoluzionaria in Siria avrebbe enormi ripercussioni sulla società siriana per un lungo periodo di tempo e le sue implicazioni nella regione saranno enormi. Il successo della rivoluzione in Siria invece scatenerebbe le aspirazioni rivoluzionarie nel mondo arabo ed oltre, tra popoli che sono stati oppressi per troppo tempo.

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Syrian Revolution Support Baseshttps://www.facebook.com/Syrian.Revolution.Support.Bases?fref=ts
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Per favore, firmate la petizione ed aiutateci a diffonderla in tutto il mondo:

https://www.change.org/petitions/social-movements-activists-global-civil-society-a-global-day-of-action-and-solidarity-with-the-syrian-revolution

[Per sottoscrivere questa dichiarazione inviate una mail con nome, cognome, paese ed eventuale organizzazione/ruolo all’indirizzo srsbases@gmail.com]

Evento a Milano sabato 23:  https://www.facebook.com/events/534190049950791/

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I nemici di assad: bombardata la sede della Protezione Civile di Aleppo

10599316_763800110348768_1785671699169870299_n16 agosto 2014 – Aleppo

Per la quinta volta consecutiva la sede della protezione civile di Al-Sakhur, popoloso quartiere di Aleppo, è stata presa di mira dai bombardamenti dell’aviazione militare di Damasco.

Uno dei volontari racconta che, al momento dell’attacco, la sede era vuota, in quanto tutte le squadre erano impiegate nei soccorsi, ma ci sono stati danni materiali ingenti. “Continueremo con il nostro impegno, perché il nostro lavoro consiste nel salvare civili inermi; spesso durante le operazioni di ricerca di superstiti e vittime dei barili bomba i volontari stessi vengono presi di mira dalle incursioni aeree. Questo è il pericolo più grosso che corriamo; siamo consapevoli che siamo presi di mira, che il regime mira a colpirci e colpire le nostre sedi; vogliono gambizzarci perché la nostra missione è salvare civili dai barili-bomba”.

Questa è la voce della Siria, la voce che il mondo non vuole ascoltare. La voce di un popolo massacrato dai bombardamenti aerei, la voce di volontari considerati nemici e perseguitati per il loro impegno nella loro solidarietà. La Protezione Civile di Aleppo è un esempio di quella parte della popolazione siriana che si è opposta al regime scegliendo di condurre la propria battaglia senza armi, impegnando e spesso sacrificando la propria vita per il bene degli altri.

Bisogna dar voce e ascolto a questi eroi.

 

#Not_in_our_name: le guerre e il terrorismo stanno uccidendo il dialogo

1397298_611763265539907_779226832_oDi fronte al clima di odio, terrore, paura che stiamo vivendo in questi giorni diventa imperativo fermarsi e ristabilire alcuni concetti fondamentali, per evitare di farsi trascinare dal vortice del caos mediatico e politico.

Le notizie che giungono dalla Siria e dall’Iraq, sulle persecuzioni delle minoranze cristiane e yazidi, da parte di Isis stanno scuotendo l’opinione pubblica mondiale. Non è accettabile, né moralmente, né civilmente, né religiosamente, che una persona o un gruppo di persone vengano minacciate e subiscano violenza per la loro appartenenza etnica e/o religiosa e ogni atto che sia contrario al principio universale dell’uguaglianza tra esseri umani è da condannare senza riserva alcuna.

Il rispetto della sacralità della vita umana è alla base di ogni società civile e deve essere il presupposto su cui fondare ogni ragionamento e ogni azione.

Oggi il dialogo, la fratellanza, la solidarietà, l’umana vicinanza vengono fortemente minacciati. Si rischia di veder bruciati, insieme a case, luoghi di culto, monumenti e libri, anche secoli di convivenza, rispetto e confronto. La Siria e l’Iraq sono infatti la culla delle religioni monoteiste e della civiltà e sono da sempre un esempio di tolleranza, fratellanza e apertura all’altro, con tutte le difficoltà che si sono presentate nel tempo. Ed è proprio da questo punto che bisogna partire: i drammatici accadimenti di questi giorni non devono farci dimenticare che la convivenza serena e fraterna tra cristiani e musulmani in questi due paesi dura da secoli, da quando, cioè, sono nate e si sono sviluppate queste due grandi civiltà. È un errore storico attribuire il merito della pacifica e costruttiva convivenza ai regimi che governano questi due paesi. Tutt’altro: le loro politiche hanno comportato l’inasprimento dei rapporti tra le diverse comunità che compongono le rispettive società civili, creando un clima di tensione che è l’avamposto del settarismo.

La situazione in Iraq e Siria negli ultimi anni è diventata quantomeno drammatica: la guerra scatenata contro l’Iraq nel 2003 e di fatto mai finita (quella che è stata venduta al mondo come guerra per esportare la democrazia) e la repressione del regime di Damasco contro quello che dovrebbe essere il suo stesso popolo, iniziata nel 2011 dopo quarant’anni di dominio della dinastia degli Assad , hanno provocato centinaia di migliaia di morti. Son due situazioni diverse, ma le conseguenze sulla popolazione e sugli equilibri sociali sono tristemente simili. Di fatto la guerra, i bombardamenti, gli stupri, i sequestri, la tortura, le violenze sono l’humus in cui nascono e crescono i germogli malefici del terrorismo. Sono in molti ad approfittare della situazione di generale caos per condurre guerre parallele e fare i propri interessi e gli interessi dei loro mandanti. Il caso di Daesh/Isis, il famigerato Stato islamico di Siria e Levante, ne è una prova. Orde di barbari mercenari si sono infiltrati nei due paesi, armati e formati da potenze straniere e di fatto sostenuti e lasciati liberi dai governi dei due paesi e approfittando della situazione di totale anarchia, sono diventati una potenza. Da più di un anno i siriani gridano che Isis non è contro Assad, ma contrasta, stupra e uccide i suoi oppositori e soprattutto bestemmia e calunnia l’islam dicendo che opera in nome della fede. Nessuno ha dato ascolto ai siriani, anzi, parte della politica e della stampa ha continuato a etichettare Isis come ribelli anti-Assad, cosa del tutto falsa perché In Siria Isis si muove e opera solo dove le truppe governative si sono ritirate e apre il fuoco, perseguita e massacra i civili e gli oppositori al regime.

Oggi Isis è una potenza militare che spaventa e di fronte all’escalation della sua violenza, che ha portato in Iraq all’avvicinamento a zone dove sorgono giacimenti petroliferi, sembra che il mondo si stia svegliando. Nessuno ha mosso un dito per i civili siriani (+ dell’80 per cento musulmani), uccisi da questi barbari, arrivando persino a negare il massacro, ma oggi che si grida alla persecuzione delle minoranze, in Siria come in Iraq, scatta l’allarme. Passerebbe quindi il messaggio che se a morire è la maggioranza musulmana poco importa, ma guai a toccare gli altri. Così facendo si fa solo il gioco di Isis che vuole creare tensione e fomentare l’odio settario. In questo quadro i regimi cantano vittoria, spacciandosi come tutori delle minoranze e la già inaccettabile morte di innocenti viene persino strumentalizzata.

È necessario, quindi, fermarsi e fare chiarezza:

1- In Siria la principale causa di morte sono i bombardamenti aerei operati dal regime siriano, che colpiscono in maniera scellerata e indiscriminata tutta la popolazione, distruggendo e uccidendo a prescindere dalla fede e dall’etnia; ad oggi si contano oltre 200 mila vittime in 41 mesi, di cui oltre 18 mila sono bambini sotto i 16 anni. In Siria muoiono musulmani, cristiani, laici, atei, curdi e armeni da oltre 3 anni. E’ un genocidio che colpisce l’intera popolazione.

2- In Iraq persino l’Onu ha smesso di contare i morti, ma ormai più fonti affermano che sarebbero circa un milione; i cristiani sono tra il 5 e l’8% della popolazione, hanno subito e subiscono le sofferenze e le atrocità che subiscono tutte le altre componenti sociali. Con l’avanzata di Isis la loro situazione è persino peggiorata e sono iniziate le minacce, le persecuzioni casa per casa con tanto di marchiatura in stile nazista. Alle persecuzioni contro gli yazidi si sta dando una valenza religiosa, ma in realtà Isis è interessata ad occupare le loro terre per mettere mani sui giacimenti petroliferi.

3- Isis non rappresenta il sentimento, i valori, i principi dell’islam, tutt’altro: Isis va definito per quello che è, ovvero un gruppo (anche se si definisce Stato) di terroristi mercenari il cui operato è contrario alla fede islamica. Isis sta uccidendo i musulmani in Siria e in Iraq e sta uccidendo con loro le altre componenti etniche e religiose. Isis strumentalizza, mortifica e bestemmia il nome di Dio. L’unica divinità a cui risponde Isis è il denaro. Isis non rappresenta i siriani, non rappresenta gli iracheni, non rappresenta l’islam.

4-Isis è formata da mercenari stranieri che non hanno nulla a che spartire con la causa del popolo siriano che si è opposto a quasi mezzo secolo di tirannia, né con la causa del popolo iracheno che ormai lotta per la sua sopravvivenza dopo anni di genocidio. Isis è una creatura dei servizi segreti internazionali che trova sostegno in diverse monarchie e stati stati finalizzata a “creare scompiglio”, a condurre guerre per procura. Per approfondire di leggano questi articoli: http://www.sirialibano.com/tag/isis, http://www.pagina99.it/news/mondo/6681/Che-succede-in-Iraq.html, http://popoffquotidiano.it/2014/08/11/hillary-clinton-lisil-e-roba-nostra-ma-ci-e-sfuggito-di-mano/, http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=107832&typeb=0.

5 – La strategia della falsa informazione sta mietendo tante vittime: foto spacciate per quello che non sono (seguirà un mio articolo sulla bufala della decapitazione dei bambini cristiani) stanno provocando reazioni anche dall’alto, tra i potenti del mondo. Basterebbe un minimo di attenzione e professionalità per verificare l’origine e la matrice di una foto e di una notizia, ma quella mediatica è una guerra che i regimi e i terroristi combattono senza esclusione di colpi e la stampa disattenta e persino complice ne diventa un amplificatore.

Per chi ha fede, per chi crede, per chiunque abbia una coscienza e un minimo di onestà intellettuale sembra persino scontato dover ribadire che non esiste una guerra in nome di Dio, che nulla e nessuno può giustificare la persecuzione, la minaccia, l’offesa e l’uccisione di un innocente. Non cadiamo nel tranello dell’odio settario, non smettiamo di dialogare, non lasciamo che i seminatori di conflitto prevalgano sui costruttori di ponti. Ci vuole tanta determinazione e tanto coraggio, soprattutto ora, ma è proprio di fronte a queste difficoltà che il mondo dei credenti delle diverse religioni e la società civile tutta, laica, atea, debbono stringersi le mani e far sentire che la vera forza è il dialogo e l’impegno per la pace. Non si tratta di buonismo, anzi: è molto più impegnativo ribadire le ragioni del dialogo e tendere verso l’altro che ergere muri e chiudersi nell’inferno dell’odio.

Volendo immaginare un manifesto dei siriani, degli iracheni, dei musulmani che in questo momento vengono associati erroneamente e ingiustamente al terrorismo bisogna ripetere all’infinito: “no, non in nostro nome”. I cristiani sono nostri fratelli, gli esseri umani di ogni religione ed etnia sono nostri fratelli.

Come autrice di questo blog, come siriana, come musulmana lo ripeto anche io e propongo la campagna: “Not_in_our_name”, per dire no alle persecuzioni, alle false notizie, ai seminatori di odio.