Padre Paolo Dall’Oglio, dodici mesi di silenzio

PAolo-dalloglio-rapito-5Sono passati dodici mesi dal sequestro in Siria di Padre Paolo Dall’Oglio, religioso gesuita italo-siriano. Dodici mesi in cui si sono alternati, nei cuori e nelle menti di chi l’ha conosciuto, stimato e amato, silenzio, ansia, preoccupazione, frustrazione e speranza. La speranza di riaverlo presto tra noi, di rivederlo all’opera, impegnato nel dialogo, deciso a far arrivare al mondo la voce della Siria, forte nella sua volontà di costruire ponti tra popoli e confessioni. Padre Paolo Dall’Oglio è la perfetta incarnazione di un ponte che collega occidente e mondo arabo, un romano doc folgorato dalla Siria, un cristiano consacrato, “innamorato dell’islam, credente in Gesù”, come lui stesso ama descriversi. Un anello di congiunzione di cui si sente terribilmente la mancanza, perché nessuno come lui ha saputo capire i siriani e la loro voglia di libertà e cambiamento e li ha saputi tradurre al mondo occidentale tramite le sue parole e la sua testimonianza. Un pellegrino del dialogo, coraggioso, determinato, generoso.

Siamo in molti a sentirci in qualche modo orfani in questa attesa, siamo in molti a scrivere stanotte, perché Padre Paolo ognuno l’ha vissuto a modo suo, ognuno lo ricorda con un aneddoto, ognuno ne sente la mancanza per una ragione o per l’altra, ognuno ha una foto scattata con lui nel periodo in cui è rientrato in Italia, che conserva gelosamente.

Dodici mesi di lontananza sono tanti, sono troppi per la famiglia, gli amici, i conoscenti, per i suoi compagni in questo pellegrinaggio della vita tra due mondi. Dodici mesi dolorosi perché in questo lungo periodo la Siria che lui tanto ama ha continuato a soffrire e morire nell’indifferenza generale e le voci del male e della discordia che ha sempre combattuto si sono fatte sempre più forti, soffocando i sussurri degli innocenti e il loro desiderio di un mondo libero per tutti.

Torna presto fratello Paolo, torna presto Padre Paolo, il mondo ha bisogno di ascoltarti, l’Italia e la Siria hanno voglia di riabbracciarti e di sentirsi di nuovo più vicine grazie a te, grazie alla tua voce decisa e potente, ma allo stesso tempo gentile e rassicurante. Una voce del bene, una voce che da troppo tempo non ascoltiamo.

#Siria: Isis e l’infibulazione dei cervelli

1512389_10152114831072270_2104092952_nCosa può legittimare e giustificare il silenzio del mondo di fronte al genocidio in corso in Siria, che in 40 mesi ha causato più di 200 mila vittime accertate, tra cui oltre 15 mila bambini? Nulla, assolutamente nulla e allora è importante creare un capro espiatorio. L’aviazione di bashar al assad sta bombardando le città siriane con i barili Tnt, distruggendo interi quartieri, ospedali, acquedotti, scuole e luoghi di culto, provocando la fuga di oltre 4 milioni di persone (3 milioni si trovano nella condizione di profughi nei paesi limitrofi e circa 1 milione sono partiti per altre destinazioni) e generando 9 milioni di sfollati interni (gente senza più una casa) “perché sta colpendo i terroristi”. Già, perché secondo quanto riportano i media siriani e chi sostiene ancora il regime di Damasco in Siria è scoppiata un’improvvisa epidemia di terrorismo che ha contagiato i bambini, le donne, i giovani, gli anziani, per cui tutti meritano di morire. Via allora, si rada al suolo l’intero paese, si proceda con l’arresto, la tortura e l’uccisione degli oppositori pacifici e di quelli che hanno disertato per non uccidere il proprio stesso popolo e al contempo si liberino tutti quei criminali detenuti da anni per reati legati al terrorismo. Questi ultimi si sono organizzati, sono stati pagati e armati, con il bene placito del regime e la complicità di servizi segreti internazionali e governi che hanno tutto l’interesse a mantenere lo stato di instabilità sociale, politica, economica in Siria.

E così i civili siriani, che nel 2011 hanno dato il via ad un movimento pacifico, laico, eterogeneo, comprensivo di tutte le componenti etniche e religiose della società siriana, oggi si trovano a dover subire i bombardamenti e le incursioni del regime da un lato e dall’altro le aggressioni, le violenze, le barbarie dei terroristi di daesh/isis il cui capo si è anche autoproclamato califfo.

I media internazionali che alla Siria non hanno mai riservato lo spazio che questo dramma richiede, i media che hanno sempre giustificato il fatto di non condividere e diffondere video girati da citizen reporter che documentano in tempo reale la situazione negli ospedali da campo, nelle città colpite dai barili, nelle tendopoli perché “non si possono verificare le fonti”, continuano a citare le agenzie del regime e a dare la più ampia visibilità possibile a isis e al suo capo criminale al baghdady (evidentemente considerato attendibile). In questo modo, sulla Siria si sente solo parlare del giuramento di assad per il prossimo settennato e al contempo delle minacce alle minoranze religiose e alle donne del famigerato isis/califfato. Quindi? La conclusione, per chi della Siria sa poco o nulla, sarà quella di dire che “assad non è poi così male e così cattivo ed è sempre meglio lui che i terroristi fondamentalisti persecutori”. Concetti che vengono ripetuti e argomentati anche da personaggi nostrani…

In questo quadro delirante trovano voce solo quelle che per milioni di siriani e di donne e uomini liberi nel mondo – che non ci stanno a farsi prendere in giro – sono le due facce della stessa medaglia: assad e il suo terrorismo di stato, isis e il terrorismo internazionale in finti abiti religiosi. A tal proposito basta ammirate le vignette disegnate da artisti siriani, come quelli di Kafranbel (https://www.facebook.com/kafrev?fref=ts) per capire cosa pensi veramente la Siria su questo argomento.

Non ci si dimentica di nulla? Già, ma è una dimenticanza “collaterale” … in fondo cosa sono milioni di civili inermi? Da che mondo è mondo in ogni conflitto sono i civili, gli ultimi, i dimenticati a pagare e lo fanno in silenzio, per cui anche ai siriani tocca la stessa sorte. Qualcuno sa quante persone sono cadute ieri in Siria? No, perché i media non ne parlano, non fa più notizia, non ha mai fatto notizia (non dimentichiamo che l’Onu ha cessato la conta dei morti e questo la dice lunga…). Nessuno mostra le immagini dei bombardamenti, che arrivano incessantemente attraverso la rete, nessuno mostra le immagini dei civili pelle e ossa nelle città assediate, nessuno raccoglie le denunce dei medici che di fronte a più di 1 milione di feriti, tra cui circa 650 mila mutilati e a migliaia di casi di malati oncologici, diabetici ecc. rimasti senza cure non sanno più cosa fare, nessuno ascolta gli appelli delle donne che non hanno più nemmeno acqua potabile per dissetare i propri figli. La gente non deve sapere del dolore e delle sofferenze dei civili. La Siria deve morire e deve farlo in silenzio.

Si alzano così solo le bandiere e gli inni all’odio; le preghiere per la pace e le richieste d’aiuto cadono nel vuoto. Così l’alter ego del regime, isis/califfato si è invece guadagnato le copertine dei media di tutto il mondo con la sua nuova uscita: infibulazione alle donne di Iraq e Siria. Come se le donne di questi due paesi non abbiano già subito abbastanza: senza più una casa, senza più alcun sostegno, stuprate, rese vedove, costrette a tumulare i propri figli a causa delle violenze del regime, ora si trovano minacciate da questa nuova barbara, disumana, blasfema sentenza. Blasfema, sì, perché ormai dovrebbero saperlo anche i muri che l’infibulazione è una pratica abominevole che nulla ha a che vedere con l’islam, ma evidentemente dire che è un insegnamento del Profeta (bestemmia) è funzionale ad alimentare il clima di odio anti-islamico e a ritrarre il criminale al baghdady come l’incarnazione dell’”islam fondamentalista, persecutore misogino e criminale che il bravo assad combatte a suon di bombe”.

È evidente che questi criminali non conoscono la Siria e i siriani se pensano che avranno campo libero nel voler allungare le loro insulse mani sulle donne: gli uomini e le donne siriani pagheranno anche con la vita pur di non farli avvicinare. Ma in fondo è quello che loro vogliono, nuove vittime, nuove morti. L’infibulazione non fa parte della cultura siriana ed è un’abominevole violenza che non trova alcun riscontro negli insegnamenti dell’islam e questo bisogna ripeterlo fino allo sfinimento perché la gente capisca. Bisogna che la politica, la società civile, gli intellettuali comprendano che questi terroristi sono funzionali ai regimi liberticidi e che catalizzando su se stessi e sui loro deliri l’attenzione del mondo tolgono importanza al dramma taciuto di un popolo che continua a morire sotto le bombe, che continua a fuggire e che spesso, cercando di raggiungere l’Europa, non trova altro che la morte in mare.

Ma la cosa forse più importante è che la notizia di questo decreto, ripresa, amplificata, pubblicata e commentata ovunque, si basa su un fake. A tal proposito si legga la ricostruzione minuziosa e approfondita del collega Lorenzo Trombetta: http://www.sirialibano.com/short_news/infibulate-tutte-le-donne-come-un-falso-fa-notizia.html. L’ennesima bufala mediatica, come quella della crocifissione dei cristiani (vedi http://www.diariodisiria.wordpress.com/2014/05/10/siria-sulla-croce-lumanita-intera/) costruita ad arte per distogliere la già flebile attenzione sul dramma dei civili e alimentare nella gente la convinzione che in Siria sia in atto un’offensiva contro le minoranze a cui il regime si trova a dover rispondere. Naturalmente molti discutibili personaggi hanno colto la palla al balzo per far parlare di sé denunciando questo famigerato proclama, pur non essendosi mai interessati al genocidio in atto da più di tre anni in Siria.

Anche in questo caso, le macchinazioni del regime e dei suoi sostenitori, compresi quindi coloro che questi mercenari barbari li stanno pagando, hanno prodotto un’infibulazione dei cervelli e delle coscienze della gente. Quella gente che ora grida giustamente contro l’infibulazione ma che in 40 mesi non si è accorta degli stupri e delle torture subite dalle donne, persino dalle bambine per mano degli uomini di assad. Quella gente che ora applaude soddisfatta dicendo “come volevasi dimostrare, l’alternativa ad assad è solo il terrorismo fondamentalista”. Quella stessa gente che è pronta a gridare il suo dissenso per altri drammi che si stanno consumando nel mondo, come il genocidio a Gaza, ma che sulla morte quotidiana di civili siriani non si pronuncia e arriva persino a negare ciò che sta accadendo.

La Siria sta morendo con i suoi figli, i suoi giovani, le sue donne e i suoi uomini, la sua storia, le sue città. Non fingiamo di non saperlo. Bisogna gridare contro l’infibulazione e contro tutti i crimini commessi ai danni dei civili, ma non farlo a spot, farlo prendendo una posizione ferma e urgente, chiedendo che si parli del dramma dei civili e si ascoltino le loro voci, senza lasciarle soffocare dalle grida dei violenti guerrafondai. I piccoli angeli morti nella sacralità delle loro case, i giovani uccisi in piazza mentre cantavano libertà, gli innocenti inghiottiti dal mare mentre tentavano di fuggire dalla morte, meritano rispetto e considerazione, non di finire nel dimenticatoio o, peggio ancora, di essere inseriti nell’elenco degli “effetti collaterali di una guerra”. La guerra è crimine contro l’umanità intera.

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L’odore della morte, il profumo di un figlio – Parte 2 –

1414919_10201729802878235_857438684_nLo sguardo dolce, la voce pacata, la gestualità composta, come di chi non abbia mai conosciuto la sofferenza e che nasconde invece un dolore che non può essere consolato. Abu Dawud lo incontro una sera, quando finisce di lavorare. Delle attività economiche che aveva gli resta solo una piccola bottega: i bombardamenti gli hanno portato via tutto, ma non la dignità e l’altruismo. Prima e dopo il lavoro si occupa di sfollati e bisognosi. La corrente non c’è, parliamo di fronte alla luce prodotta da un piccolo generatore, che però illumina bene. Posso guardarlo in viso mentre parla. Non lo interrompo mai, non ho neppure bisogno di fargli domande: è coinciso, ma mentre lo ascolto riesco a vedere ciò che racconta. C’è un’atmosfera irreale nell’aria. Davanti a me c’è un uomo siriano che ha passato nelle carceri di assad più di vent’anni: arrestato ancora sedicenne mentre usciva da una moschea dopo la preghiera del venerdì, ha subito torture, umiliazioni, privazioni, senza mai venire processato, né incriminato. Arrestato senza un perché, come accade spesso nella Siria della dinastia degli assad. Lo osservo e mi chiedo dove abbia trovato la forza di ricominciare a vivere, lavorare e affermarsi, sposarsi e avere una famiglia dopo tutto quello che ha subito. La detenzione ingiustificata e le torture hanno scalfito il suo corpo, ma non la sua anima. Accetta di farsi intervistare e mentre lo osservo noto una profonda cicatrice sopra il suo occhio destro. Ne noto un’altra sul braccio; mi dice che ne ha su tutto il corpo. Molti giornali queste interviste non le vogliono: “non sono equidistanti”, non danno voce all’altra parte, mi dicono. “Equidistanziatevi” voi allora, rispondo io, come se assad avesse bisogno delle mie parole per la sua propaganda. Per fortuna esiste internet e le testimonianze che ho raccolto non sono oggetto di trattativa. Io le persone continuo a guardarle negli occhi, a sedermi vicina a loro e ad ascoltare dalla loro voce ciò che sta accadendo in Siria e che nessuno vuole vedere. Allora Dio benedica internet e lo spazio libero di un blog che mi permette di dar voce a questi innocenti.

Per tutto il tempo in cui l’ho ascoltato ho scritto, cercando di cogliere ogni suo gesto, ogni espressione del suo viso; non sono riuscita a trattenere le lacrime. Mi sono messa nei suoi panni, nei panni della moglie, nei panni del suo compianto figlio Dawud, nei panni di ogni siriano rimasto in Siria a subire questo genocidio, che ha cercato di reagire e rendersi utile, che ha lottato per difendere se stesso e gli altri, per tenere alta la bandiera della libertà e della dignità che ha smosso le coscienze dei siriani dopo oltre quarant’anni di regime.  Per me un giornalista dovrebbe fare anche questo, provare empatia, altrimenti il suo racconto sarebbe una cronaca sterile e distratta. La narrazione dei fatti non deve escludere la comprensione profonda del contesto, dei protagonisti. Abu Dawud trova la forza di farmi una battuta: “Non ho mai visto una giornalista che piange mentre fa un’intervista, ma forse è colpa mia, perché non avevo mai parlato con una giornalista prima d’ora”. Poi si scurisce in volto e aggiunge: “le lacrime delle haraer, donne libere – espressione usata per indicare le donne che si sono dichiarate oppositrici del regime di assad – sono ciò che più faceva male a Dawud. Il giorno in cui ha deciso di partire era appena tornato dal funerale di una famiglia uccisa dai cecchini mentre cercava di fuggire verso il confine: tre bambini e loro padre. La donna, ferita ma sopravvissuta, piangeva disperata e pregava Dio di prendere la sua anima e riportare in vita i figli. Quel giorno Dawud ha giurato che non avrebbe mai più guardato impassibile le lacrime di una donna siriana. Non ha potuto vedere le lacrime della madre…

Quando Dawud ha deciso di unirsi all’Esercito Siriano Libero sua madre e io gli abbiamo dato il nostro ridah, la nostra benedizione. Non aveva ancora prestato il servizio militare e non aveva mai preso un’arma, ma il suo desiderio di andare a combattere per difendere i civili dalle incursioni dell’esercito di assad in città era forte. Non è mai stato un violento, non l’ho mai neppure sentito gridare. Non potevo immaginare che un giorno mio figlio sarebbe diventato un combattente. Pensavo che dopo vent’anni passati senza un motivo, senza un processo, nelle prigioni di assad, senza mai vedere la mia famiglia, subendo torture e umiliazioni, la mia vita avrebbe preso un nuovo indirizzo. Invece, dopo che hafez al assad si era preso vent’anni della mia vita, suo figlio stava per prendersi la vita del mio primogenito. Dawud è stato ucciso pochi mesi dopo il suo ingresso nell’Esl. Nel periodo in cui era stato al fronte si era occupato soprattutto di scortare i feriti e i civili verso il confine. La mattina in cui che è morto mi hanno contattato subito tramite il walkie talkie. Lo abbiamo seppellito come si fa con i martiri, con tutti i suoi vestiti addosso; il suo sangue profumava di gelsomino. Un profumo che mi è rimasto sulle mani e nelle narici per giorni, che contrastava con l’odore della morte che ci circondava, di cadaveri intrappolati da settimane sotto le macerie senza che nessuno riuscisse a raggiungerli, di corpi abbandonati dai cecchini lungo le strade come esca per colpire nuove vittime, di gatti e cani morti colpiti dalle schegge. Dopo qualche tempo sono andato al fronte, nel luogo dove aveva passato gli ultimi giorni della sua vita. Volevo raccogliere i suoi effetti personali, portare a casa, soprattutto per sua madre, qualcosa che avesse indossato prima di morire, qualcosa che portasse ancora il suo odore. Forse quello è stato il momento più difficile per me: quelle erano le ultime cose di Dawud, l’ultimo passaggio su questa terra della sua breve vita. Mi hanno accolto i suoi compagni e uno di loro mi ha portato i pochi oggetti che gli appartenevano. Ho stretto subito al petto quel fagotto, ma la mia delusione è stata grande: pensando di fare una cosa giusta, i suoi amici avevano lavato tutto. Del respiro e dell’odore di mio figlio non era rimasto nulla. Mi era rimasto solo l’odore della morte, il profumo di Dawud era sparito per sempre con lui”.

NB: Foto di archivio scattata lo scorso anno ad Aleppo

L’odore della morte, il profumo di un figlio – Parte 1-

Aleppo Siria 9 luglio 2014Sono quattro giorni che osservo questa foto scattata da Khaled Khatib, giovane media-attivista di Aleppo e mi interrogo sul senso che può ancora avere la vita. Nell’immagine un uomo attraversa una strada stringendo al petto un bambino morto; intorno a loro macerie e distruzione; sullo sfondo, due bambini guardano le due figure allontanarsi. Si tratta di un padre che stringe in braccio il figlio ucciso dai bombardamenti; lo tiene in verticale, come se fosse ancora vivo e potesse ricambiare quell’abbraccio di infinito amore e desolazione. Non lo tiene nella posizione in cui si tiene un bimbo addormentato o un bimbo morto … Lo stringe con entrambe le braccia, gli occhi chiusi, la guancia sulla guancia del piccolo, la bocca semi aperta, come a voler respirare l’odore del figlio fino all’ultimo istante. Sul viso un’espressione di dolore profondo, indicibile, composto ma straziante. È un uomo che sta portando il frutto della sua vita e del suo amore verso l’ultimo viaggio. Dovrà cercare per lui un sudario, o un lenzuolo, o una coperta e avvolgerlo dandogli l’eterno addio. È una foto da guardare in ginocchio, con la consapevolezza che è accaduto quattro giorni fa, sta accadendo da più di tre anni e continuerà ad accadere nella Siria dimenticata dal mondo. È accaduto che anche il 9 luglio 2014 l’esercito di assad abbia sganciato le sue bombe su un quartiere residenziale e abbia ucciso innocenti disarmati, tra cui il piccolo nella foto. Ma questo non fa notizia. Dallo scorso maggio si contano oltre 500 bambini siriani uccisi[1]; sono oltre 15 mila in 40 mesi. Fino a quando il mondo fingerà di non vedere?

Non è la prima volta che dalla Siria giungono immagini simili. Non è la prima volta che il dolore lacerante di un genitore che perde il figlio arriva fino a noi, tagliente e paralizzante, ma forse è proprio il sentimento che trapela da questa foto a renderla così forte, quasi un manifesto della Siria di oggi. Mi chiedo se abbia ancora un senso raccontare queste notizie, queste storie, questo dramma. Mi chiedo che significato finisca per avere la vita stessa, di fronte a tanta ingiustizia e tante atrocità. Eppure c’è una parte di me che mi suggerisce di ricercare quel senso che non trovo più proprio nella gestualità di quelle braccia strette, di quel viso appoggiato all’altro come in una carezza eterna, di quel respiro affannato. E quel senso forse si chiama amore… Quell’amore dignitoso e dolcissimo che ho conosciuto da vicino anche nel mio viaggio nella provincia di Aleppo, quando mi sono trovata davanti Abu Dawud che mi ha raccontato la sua storia di padre ferito, dell’odore della morte e del profumo di suo figlio. (continua)

 

[1] Fonte: Syrian Obesrvatory for Human Rights.

#Aleppo: i barili causano oltre 20 vittime nel quartiere di Myassar

10351958_803128026378779_6821717105732045821_n10 luglio 2014, Aleppo

E’ di oltre 20 vittime il primo bilancio del bombardamento con barili Tnt iniziato nelle prime ore del pomeriggio nel popoloso quartiere Myassar ad Aleppo. Lo hanno denunciato fonti locali all’AMC (Aleppo Media Center).

Sul posto sono intervenuti decine di volontari e uomini della Protezione Civile Libera, che si sono trovati davanti scene raccapriccianti: persone incastrate tra le macerie, corpi di bambini smembrati. Le immagini sono drammatiche, ma continuano ad essere ignorate dal mondo.

Il dramma siriano è ormai finito nel dimenticatoio, mentre in Siria si continua a morire. Aleppo, Daraya, Dar’à, Idlib e Hama sono continuamente bombardate dall’aviazione militare che sgancia sulle città decine di barili al giorno. Oltre alla conta delle vittime e al bilancio delle case distrutte gli abitanti di queste città devono affrontare l’emergenza medico-sanitaria: secondo i dati recentemente diffusi dal Syrian Network for Human Rights il numero dei feriti dall’inizio della repressione è di oltre 1 milione, di cui più di 650 mila i mutilati.

Le testimonianze raccolte durante il mio viaggio in Siria tra medici, farmacisti e infermieri raccontano di una situazione al collasso: in molte zone funzionano solo gli ospedali da campo, che funzionano solo grazie al loro lavoro instancabile e agli aiuti portati da associazioni umanitarie internazionali. Mancano farmaci anti-tumorali e anti-diabetici e molte tipologie di interventi che sarebbero assolutamente indispensabili per salvare la vita dei pazienti o la funzionalità dei loro organi sono impossibili da fare senza una struttura adeguata. Diametralmente opposta la situazione in Siria dal punto di vista delle forniture belliche: i magazzini del regime continuano ad essere ben riforniti di ogni tipologia di arma e il combustibile per far decollare elicotteri ed aerei militari non si è mai interrotto, mentre i civili non hanno più nemmeno il gas per cucinare. Anche le riserve di armi dei terroristi di Isis godono di buona salute, mentre la resistenza siriana, invece, arranca con armi rudimentali.

E’ anche da questo che continuano a fuggire i civili siriani, scegliendo spesso il mare come una via di fuga, nonostante ogni giorno si contino nuove vittime di naufragi. Eppure la Siria non fa più notizia e questo assordante silenzio rende la comunità internazionale sempre più complice dell’eccidio del popolo siriano.

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#Siria, soccorrere feriti e mutilati in una corsa contro il tempo

DSCN2047Dal mio viaggio in Siria

Testimonianza di un volontario della Protezione Civile Libera di Aleppo

Da oltre otto mesi sulla città di Aleppo, capitale economica della Siria, si è scatenata l’offensiva dell’aviazione militare che getta ogni giorno decine di barili Tnt sulle zone residenziali. Ad intervenire in soccorso delle vittime ci sono giovani soccorritori. Abbiamo incontrato Moetaz*, 26 anni, padre di due bimbi

Può spiegarci cos’è la Protezione Civile Libera?

“La Protezione Civile in Siria è un Corpo dello Stato e quindi risponde agli ordini del regime, che ha vietato gli interventi nelle zone bombardate. Per questo molti di noi hanno abbandonato il loro ruolo ufficiale e abbiamo dato vita alla Protezione Civile Libera (PCL), che invece è al servizio di tutti i siriani. Con noi si sono uniti centinaia di volontari, anche senza alcuna preparazione. Ciò che ha sempre mosso i nostri comportamenti è il desiderio di aiutare gli altri, di tentare di salvare quante più vite umane possibile. Molti di noi non hanno vissuto i bombardamenti di Hama nell’82 e non avevano mai assistito a scene tanto cruente: ad Aleppo e nella altre città siriane nessuno avrebbe  immaginato di vedere corpi dilaniati nelle strade, teste e arti staccati, pozze di sangue, bambini esanimi, case piegate su se stesse. Spesso, quando ci sono bombardamenti, la gente si raggruppa nel luogo dove è caduto l’ordigno per cercare di aiutare i superstiti e allora gli aerei colpiscono nuovamente, compiendo stragi anche tra i soccorritori”.

Chi sono i volontari che si sono uniti a voi?

“Prima dell’inizio delle violenze ognuno esercitava una professione diversa: studente, carrozziere, panettiere, cartolaio; chi faceva volontariato collaborava con la Mezza Luna Rossa o prestava la sua opera presso altre associazioni. La maggior parte di loro non aveva alcuna esperienza in riferimento alle situazioni di emergenza. Sono diventati soccorritori e in certi casi hanno persino ricoperto il ruolo di infermieri a causa dell’assenza di personale e soprattutto a causa della continua e drammatica emergenza. Purtroppo la mancanza di competenze e conoscenze specifiche a volte ha fatto sì che si commettessero degli errori: estrarre una persona incastrata tra le macerie in un clima di fretta, di shock, di ansia significa tentare di salvarle la vita prima che ci siano ulteriori crolli, ma farlo senza tenere conto delle tecniche di immobilizzazione, idratazione, ossigenazione può significare aggravare i danni. Per questo abbiamo preso a organizzare, nei limiti del possibile, corsi di formazione e addestramento”.

Oltre ai rischi del mestiere, che pericoli corrono i giovani della PCL?

“Bisogna precisare che essendoci il divieto per la Protezione Civile di intervenire nelle zone liberate i volontari che lo fanno sono considerati a tutti gli effetti disertori da parte del regime, quindi sono ricercati. In più da circa un anno ci si sono messi anche i terroristi di Daesh (altrimenti indicato come Isis: Islamic State of Syria and Iraq), che prendono di mira infermieri, medici, soccorritori e operatori dell’informazione e li uccidono a sangue freddo tacciandoli di tradimento. Se ti impegni per salvare vite umane sei visto come un criminale. Ma il vero crimine è che ogni giorno, oltre alle decine di vittime civili, ci sono volontari che rimangono feriti e capita anche che perdano la vita durante le operazioni di soccorso, Va ricordato che tranne qualche escavatrice, non abbiamo mezzi e spesso lavoriamo a mani nude, contraendo anche malattie”.

Come reagiscono i volontari, specie quelli senza una precedente esperienza, di fronte alle scene che si presentano ai loro occhi?

“I traumi psicologici che si subiscono nell’assistere a certe scene non possono essere descritti a parole. Molti giovani stanno male per giorni e giorni dopo essere intervenuti sul luogo di un’esplosione e in questo quadro di continua emergenza non abbiamo né il tempo né il modo di organizzare sedute con psicologi o motivatori. Insieme a noi operano anche ragazzi di 14-15 anni, il cui altruismo e coraggio a volte fa da scuola anche a noi adulti veterani, ma è capitato spesso che alcuni di loro crollassero emotivamente dopo aver preso parte alle operazioni di estrazione di superstiti o vittime a seguito dell’esplosione di un barile”.

C’è un episodio in particolare che l’ha colpita più di altri?

“Ogni singola storia è una sintesi completa di tutto il dramma della Siria. Al di là delle statistiche, dei numeri degli interventi e della tipologia ci siamo noi, le persone, i figli di questo paese che stanno subendo un massacro da oltre tre anni. Qualche settimana fa ho assistito ad una scena che forse più di altre mi ha colpito e che vorrei raccontare: era una delle interminabili mattinate scandite dal suono dei barili nel cuore di Aleppo. Ci siamo divisi in squadre e ogni squadra si è diretta in una zona. Quando sono finalmente cessate le esplosioni ho voluto fare un giro di ricognizione per aver un quadro generale della situazione. Con pochi mezzi e la luce che svaniva era diventata una corsa disperata contro il tempo. Addentrandomi tra le macerie dell’ultima zona colpita, da dove avevano già estratto 16 corpi, ho trovato uno dei nostri volontari piegato su qualcosa, con i guanti e il casco gettati a terra; mi sono avvicinato con la torcia ed ho visto che sotto di lui c’era un ragazzino, rimasto per metà seppellito dalle macerie, il corpo praticamente tagliato a metà. L’ho chiamato e, senza voltarsi, mi ha detto che il bambino gli aveva chiesto di non lasciarlo da solo e che lui non si sarebbe mosso di lì senza portarlo via. Gli aveva tenuto la mano per tutto il tempo, per non lasciarlo morire lì, al buio. E’ rimasto in quella posizione per più di 8 ore, finché non siamo riusciti a recuperare quel che restava del corpo del bambino. Il volontario ha voluto avvolgere lui stesso la piccola vittima nel sudario e lo ha portato in braccio fino all’ospedale da campo, attendendo che venisse qualcuno a riconoscerlo. Nel crollo erano morte anche sua madre e le sue tre sorelle. Il padre ha dovuto riconoscere in quei corpi maciullati tutta la sua famiglia. A quel punto si poteva procedere con la tumulazione. Il nostro volontario ha preso in braccio il bimbo e lo ha portato fino al luogo della sepoltura, un campo non lontano dall’ospedale. Lo ha calato sotto terra facendolo scivolare lentamente dalle sue braccia. A fine giornata abbiamo contato oltre cinquanta vittime e oltre 200 tra feriti e mutilati. Poi, per diversi giorni, non è più venuto. Il trauma è stato forte, più forte della sua volontà e della sua resistenza emotiva, ma non più forte del suo gran cuore. Passato un po’ di tempo è tornato e mi ha detto che avrebbe tenuto la mano di tutti i bambini che ne avrebbero ancora avuto bisogno. Ecco, questa storia è la nostra routine quotidiana. ”.

*Nome di fantasia per ragioni di sicurezza

NB: foto di archivio