#Siria, strage di bambini alla tendopoli di Qah. Colpita una scuola

IMG-20140429-WA001227 aprile 2014 – Qah

Di fronte al genocidio di un intero popolo è difficile stilare una classifica dei crimini peggiori. E’ difficile stabilire se sia peggio il bombardamento di un ospedale o di un quartiere residenziale: le vittime sono sempre e comunque le stesse, civili inermi colpiti in luoghi che dovrebbero essere inviolabili. Inviolabili dovrebbero essere anche i campi profughi e le tendopoli che accolgono sfollati interni, quelle persone cioè, che hanno perso tutto e che non hanno più un posto dove andare. Quelle interminabili distese di teloni di plastica che fungono da casa, ospedale, scuola e che, ormai da tre anni, sono diventate l’unico “rifugio” per milioni di persone vengono sistematicamente bombardati.

E’ successo anche domenica 27, un Mig ha bombardato i campi nella periferia di Idlib, tra cui il campo di Qah, provocando la morte di almeno 5 bambini. Una giovane di questa tendopoli, raggiunta telefonicamente, ha dichiarato:

“Era mattina, nella baracca che ospita la scuola c’erano decine di bambini. Io e le altre insegnanti stavamo facendo lezione, contente di aver finalmente ripreso possesso di quel luogo, che ci era stato affidato due anni fa ma che, a causa del continuo arrivo di famiglie sfollate, avevamo dovuto abbandonare per far spazio ai nuovi arrivati. Solo pochi giorni fa le famiglie a cui avevamo ceduto la scuola avevano trovato una nuova sistemazione e noi avevamo ripreso con le lezioni. A un certo punto abbiamo sentito un aereo, ma non abbiamo neppure avuto il tempo di reagire, che la bomba è esplosa proprio sulla nostra scuola. Ci è caduto addosso di tutto, c’era fumo ovunque. Sono morti sul colpo cinque bambini; i loro corpi a brandelli erano lì davanti ai loro compagni, davanti a tutti noi. Siamo rimasti tutti feriti, storditi, ma noi maestre abbiamo cercato di portare via i bambini che, guardando i loro amici, hanno avuto reazioni terribili. C’è chi è svenuto, c’è chi si è messo a piangere e urlare. Non so quanto sia durato tutto. So solo che i nostri piccoli scolari sono stati colpiti mentre cercavano di studiare; alcuni hanno perso la vita su quei banchi. Non posso descrivere la reazione dei genitori… La disperazione ha preso possesso di tutti gli abitanti della tendopoli: come si può accettare che degli angeli muoiano così? Come si può accettare che vengano bombardate delle tendopoli? Ora molti dicono che vogliono fuggire, andare ad Atma. Altri vogliono raggiungere la  Turchia. C’è chi vuole ritornare al villaggio, anche se sa che non c’è più nulla, ma tanto vale morire sulle macerie della propria casa che in una tenda. I bambini feriti sono traumatizzati e non c’è un ospedale dove portarli. Sono stati soccorsi in un ospedale da campo e riportati alle rispettive tende. Forse le ferite del cuore sono peggiori di quelle dei corpi. Una della bambine, che a scuola era la più brava, è in fin di vita. Il dolore è atroce… ma ci fa ancora più male quello che hanno detto i giornali del regime: “bombardata una base di Al-Nusra”. La nostra scuola in una baracca all’interno di una tendopoli spacciata per un covo di milizie armate. Le uniche armi dei nostri scolari sono la voglia di vivere e di imparare”.

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L’appello dei famigliari di Padre Paolo Dall’Oglio, a nove mesi dal sequestro – video

PAolo-dalloglio-rapito-5“A nove mesi dal sequestro del gesuita italiano Padre Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria il 29 luglio 2013, i familiari fanno un appello per la sua libertà: «Chiediamo a chi lo detiene di dare a Paolo la possibilità di tornare alla sua libertà e ai suoi cari e a tutte le istituzioni di continuare ad adoperarsi in tal senso».
Father Paolo’s family is calling for his release, 9 months after he was abducted in Raqqa, Syria.
نداء من عائلة الأب باولو من أجل إطلاق سراحه بعد مرور تسعة أشهر على اختطافه في مدينة الرقّة في سوريا
Neuf mois après l’enlèvement du jésuite italien le Père Paolo Dall’Oglio, enlevé en Syrie le 29 Juillet 2013, les membres de sa famille font un appel pour sa libération: «Nous demandons à ceux qui le détiennent de donner à Paolo la possibilité de reprendre sa liberté et de revenir à ses proches, et à toutes les institutions de continuer à travailler dans ce sens».*
*Dalla pagina Facebook di Ziad Majed
Libertà per Padre Paolo, libertà per tutte le persone sequestrate in Siria, libertà per tutti gli innocenti nelle carceri del regime siriano.
Il popolo siriano è uno, il popolo della rivolta contro il regime è un popolo di pace, rispetto e convivenza.
Padre Paolo è uno di noi, un italo-siriano, uomo di dialogo, di coraggio. Un uomo di pace.

 

Perché i giovani di #Homs non vogliono morire

23 aprile 2014 Homs Bebars23 aprile 2014 – Homs

“Ti svegli la mattina e sei circondato da persone che sembrano fiori, e ogni fiore ha il suo profumo, i loro colori sono diversi, alcuni sono accesi, altri più tenui. Sta a te, allora, essere come una farfalla che entra in un giardino e svolazza sopra i fiori e prende il loro profumo, trascurando tutto il resto”.

Possono sembrare le parole di un animo sensibile e nobile, di un giovane innamorato, di una persona immersa nella bellezza e nell’armonia della natura, serena, ottimista e soprattutto libera. Chi ha scritto queste parole è sì un animo sensibile, nobile, è sì un giovane ed è anche libero, ma in una prigione a cielo aperto, una prigione che si chiama Homs. Le parole sono affidate a Facebook, il diario virtuale su cui questo ragazzo appunta i suoi pensieri e tramite il quale condivide foto e video che raccontano la quotidianità di una vita sotto assedio. 684 giorni di isolamento dal mondo, interrotto solo grazie alle connessioni ad internet, senza la possibilità di uscire, né di ricevere rifornimenti, cure. Oltre due anni di assedio, in cui i bombardamenti non si sono mai interrotti, in cui l’esercito continua a bloccare tutte le vie d’ingresso e di uscita, in cui si muore per dissanguamento, ma anche per la malnutrizione.

Non si dimenticano le migliaia di ragazzi morti proprio a Homs per aver rincorso il sogno della libertà, quei giovani promotori del movimento pacifista di protesta contro il regime che hanno ridato ai siriani di tutto il mondo il coraggio e la speranza di un cambiamento. Né si dimenticano tutti gli altri civili morti senza colpa, né quegli uomini costretti ad abbandonare le proprie vite per imbracciare le armi e difendere le proprie famiglie, le proprie case.

Homs 20 aprile nettare degli deiIl sogno di libertà del popolo siriano è stato attaccato dalle armi, dal terrorismo, dai giochi di potere; è in fin di vita, ma non muore. La gioventù di Homs non vuole morire. Qualche giorno fa alcuni giovani impegnati nella resistenza, dopo aver liberato un posto di blocco, si sono fatti una foto con una bottiglia di succo di frutta, scrivendo che non ne bevevano ormai da mesi ed era per loro un bottino meraviglioso. Dentro ogni guerra ci sono vite spezzate ed esistenze devastate a causa della violenza e della disumanità, c’è la resistenza armata, ma c’è anche la resistenza morale, quella dei cuori che non si fanno annerire dall’odio e continuano ad avere il coraggio di amare. Come i cuori dei giovani nella Homs assediata.

 

 

#Aleppo: giovane sepolta viva, soccorsa tra le macerie – video

Aleppo 21 aprile 2014 821 aprile 2014 – Aleppo

Ad Aleppo anche oggi l’aviazione militare ha ripetutamente colpito diversi quartieri residenziali, usando i famigerati barili TNT.

Ad ogni esplosione corrisponde la distruzione di una o più abitazioni e il ferimento o la morte dei suoi abitanti. Civili inermi, disarmati, che vengono inghiottiti dalle macerie delle loro abitazioni. Alcuni muoiono sul colpo, altri rimangono intrappolati, feriti e spesso rimangono ore, giorni agonizzanti,  in attesa che i soccorritori riescano a raggiungerli.

E’ ormai un protocollo già collaudato, che si ripete quotidianamente: i velivoli del regime decollano, sorvolano il centro abitato, poi sganciano i barili. Questi distruggono all’istante tutto ciò su cui si abbattono: abitazioni, negozi, luoghi di culto, scuole. I volontari della Protezione Civile Libera (un corpo formato da volontari e disertori della Protezione Civile ufficiale, la quale ha il divieto di intervenire sui luoghi bombardati) accorrono sul posto e cominciano a scavare. Non hanno mezzi, se non qualche escavatrice, che spesso non può raggiungere le zone colpite. E’ una lotta contro il tempo, si scava a mano. Accorrono anche i media-attivisti, che con foto e video camere immortalano quei drammatici istanti e li condividono in rete, per far sapere al mondo, per documentare questi crimini, altrimenti taciuti. E proprio grazie al loro lavoro anche oggi abbiamo immagini di grande impatto: una giovane sepolta dalle macerie della sua casa viene trovata dai soccorritori che ne sentono la voce e corrono per estrarla; la ragazza ha le gambe intrappolate, è dolorante e i volontari tentano di rassicurarla.

Tutto questo accade ormai ogni giorno, da oltre 6 mesi, quando sono iniziati i bombardamenti con i barili. Il regime da un lato devasta le città siriane provocando centinaia di vittime, dall’altro si prepara alle prossime “elezioni” presidenziali, il cui risultato è già scritto. L’ennesimo schiaffo alla popolazione civile che nel 2011 ha protestato  pacificamente per chiedere riforme e libertà e che si è vista rispondere con i proiettili, il terrorismo, le bombe. Quali saranno gli sfidanti del “candidato” assad? Quanti siriani potranno votare? I 9 milioni di sfollati interni, gli oltre 2,5 milioni di profughi, le migliaia di persone che sono fuggite all’estero, potranno esprimersi? La risposta è ovvia. Il regime che ha condannato a morte il suo stesso popolo, non cederà di un briciolo il suo potere. E fino al giorno delle elezioni continueranno l’assedio,  i bombardamenti con i barili e il bombardamento di propaganda in favore del “presidente”. Un non voto che si scriverà con il sangue delle vittime.

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Nuovi attacchi con gas: la denuncia dei medici di Jarjanaz – video

Jarjanaz 21 aprile 2014 armi chimiche21 aprile 2014 – Jarjanaz, Idlib

I medici dell’ospedale di Jarjanaz, in provincia di Idlib, hanno denunciato nel pomeriggio di oggi nuovi casi di intossicazione da armi chimiche.

I sintomi sono soffocamento, nausea, lacrimazione, dolori al petto e allo stomaco, vertigini. I gas hanno colpito principalmente anziani e bambini. Decine le persone che si sono rivolte al punto di soccorso.

Non sono per ora state fornite informazioni sul tipo di gas usato, ma secondo le prime ricostruzioni, i casi di intossicazione sono stati registrati subito dopo l’esplosione di alcuni ordigni sganciati da velivoli militari (in dotazione al regime).

Siria, palloncini gonfiabili e i mig che bombardano – video

Saqba 21 aprile 201421 aprile 2014 – Saqba (provincia di Damasco)

Un velivolo militare, un mig dell’aviazione siriana, sorvola la città di Saqba, in Siria.

 

La scena viene ripresa da un citizen reporter. Il rombo del suo motore riempie l’aria.

Dopo alcuni istanti di volo viene sganciato l’ordigno. “Darab”, ha colpito, gridano.

Lo sguardo degli adulti si interroga su dove pioverà quella macchina di morte.

Chi colpirà stavolta? Cosa distruggerà.

E insieme agli adulti i loro figli, i bambini del quartiere. Per distrarli danno loro dei palloncini.

Ci soffiano dentro, li gonfiano, mentre i loro occhi sono ancor più gonfi di paura, incredulità, confusione.

In Siria gli adulti vorrebbero che i loro figli giocassero, vivessero “normalmente”, nonostante tutto, ma questo loro desiderio dettato dall’amore non trova alcuna risposta nella realtà.

Si continua a bombardare a morire. Sempre più mani sono sporche del sangue degli innocenti.

I palloncini che volano in cielo sono forse solo quelli portati dagli angeli ogni volta che muore un bimbo, come nel video di Banksy.

 

 

Il testamento di Lamiya, una studentessa di Aleppo*

Aleppo 6 aprile 201419 aprile 2014 – Aleppo

“Mi chiamo Lamiya, ho 20 anni e studio ingegneria. Se qualcuno sta leggendo questo testo significa che me ne sono andata. Me ne sono andata in cielo. Non so dirvi di che morte sono morta, ve lo racconterà qualcun altro. Appena finirò di scrivere le mie memorie, il mio testamento, lo manderò a due amici (Fawzy e Redwan), chiedendo loro di consegnarlo a chi sopravviverà della mia famiglia e a chi avrà ancora a cuore la Siria.

Oggi è il 25 febbraio 2014 e siamo ad Aleppo. Da qualche giorno ho una sensazione terribile, che non mi abbandona. Ho la sensazione che la morte verrà a prendermi. Io amo la vita, non ho voglia di andarmene, ma non potrò sfuggire al mio destino. Vorrei continuare i miei studi e laurearmi e poi sposarmi, avere dei figli, lavorare. Vivere, semplicemente. Ma sono in Siria e qui la morte regna ormai sovrana. Ci dicevano che erano costretti a usare la forza per difenderci perché erano entrati in Siria dei criminali stranieri. Ci dicevano di stare tranquilli, che li avrebbero mandati via. Ci dicevano che era colpa di “poveracci e straccioni” nemici del Paese e che nei nostri quartieri, i quartieri bene, non sarebbe mai successo nulla. Ci dicevano che eravamo nelle mani del “signor presidente” e non dovevamo temere nulla. E noi non chiedevamo nulla di più: perché avremmo dovuto?

La prima volta che Fawzy  ci ha mostrato le immagini delle sparatorie sui manifestanti ho pianto per tutta la notte: quelle scene risalivano a circa un anno prima e noi non le avevamo mai viste… Non sapevamo neppure cosa stava accadendo a casa nostra. Quelle immagini, scoperte grazie a Fawzy che ci ha aperto un mondo, ci hanno mostrato cosa accadeva in Siria realmente. Giusto in tempo per l’inizio dei bombardamenti anche su Aleppo. Anche quando la TV non poteva più nascondere l’evidenza, ci veniva rifilata la stessa storia del contrasto a bande di terroristi. Per noi era ormai impossibile credere che  si bombardavano interi quartieri e si distruggevano villaggi e città per un manipolo di delinquenti. La realtà che nessuno avrebbe avuto il coraggio di ammettere apertamente davanti agli altri era che a uccidere la Siria era il suo stesso governo. Che l’esercito pagato per proteggerci, ci stava bombardando, assediando, terrorizzando. La prima volta che ho inveito contro il governo davanti ai miei a casa è successo l’inferno. Mio padre mi ha detto che se avessi ripetuto un’eresia simile non mi avrebbe più rivolto la parola. Ma nei suoi occhi leggo tanta rabbia.

Sento la morte avvicinarsi e non posso neppure dire la mia, non posso neppure pregare apertamente Dio di fermare la mano dei miei, dei nostri, carnefici. So che saranno loro ad uccidermi, non so se con una bomba o se sarà un cecchino. Negli ultimi giorni qui ad Aleppo sono morte centinaia di persone; schiacciate sotto le macerie delle loro case. So di ragazze che sono state sequestrate  stuprate. Prego che non mi accada mai nulla di simile. Meglio morire tra le macerie… ma io non ho voglia di morire. Ogni volta che scoppia un barile trema tutto. Non dormiamo più la notte, abbiamo gli incubi. Sono mesi ormai che non c’è la corrente elettrica, che non funziona più nulla, né l’università, né gli ospedali, nulla. Non abbiamo il coraggio di uscire, non possiamo spostarci da un posto all’altro della città. Viviamo come prigionieri, non possiamo comunicare. Non è più possibile neppure fuggire. Siamo morti che vivono in attesa della loro ora.

Affido queste mie parole a chi vorrà capire cosa accade in Siria. La Siria sta morendo. Noi siriani stiamo morendo, uccisi dalle bombe e dalle bugie: dalle bombe che abbiamo pagato con il lavoro dei nostri genitori, dalle bugie di chi sta spargendo il nostro sangue e di chi lo sostiene. Noi siamo la culla della civiltà. Se muore la Siria, muore un pezzo dell’umanità. Sono una giovane siriana di nome Lamiya, che vuole fare l’ingegnere e avere una famiglia. Sono una giovane in una città dove piovono bombe. Ho paura di morire e non voglio andarmene ora. Non voglio che mi raccolgano a brandelli, né che il mio corpo rimanga intrappolato per giorni e diventi una carcassa putrefatta. Sento l’odore della morte riempire l’aria. Sento il suo fiato sul collo. Se state leggendo queste parole vi prego di pensare a chi è ancora vivo e non vuole andarsene così.

Lamiya, 10 aprile 2014, Aleppo”

Lamiya è morta il 19 aprile 2014 insieme alla madre e al fratello di sei anni sotto le macerie della sua casa, distrutta da un bombardamento con barili. Il testamento, come da lei indicato, è stato divulgato dai suoi stessi amici, a cui era arrivato via mail.

*Il testamento di Lamiya è arrivato a me tramite un media attivista della città di Aleppo, che a sua volta l’ha ricevuto da un contatto comune.