La foto del giorno: “il Giorno del Giudizio” al campo Al Yarmouk

Campo profughi palestinese di Al Yarmouk – periferia di Damasco

Al yarmouk 26 febbraio 2014Un fiume umano di persone in attesa di un pasto.

Sono civili palestinesi che vivono da decenni come profughi nella periferia meridionale di Damasco, nel campo di Al Yarmouk.

Il loro campo è stato pesantemente bombardato, nell’ennesima violazione del Diritto internazionale.

Migliaia di civili che vi abitano sotto assedio da oltre un anno.

Bambini, donne, giovani e uomini stremati dalla fame.

La foto è stata ribattezzata “Il giorno del Giudizio” al campo Al Yarmouk.

 

Aleppo, un padre rassicura il figlio intrappolato tra le macerie – video

Aleppo 26 febbraio 201426 febbraio 2014 – Aleppo

Soccorritori all’opera ad Aleppo nell’ennesima giornata di bombardamenti con barili TNT. Colpite anche oggi numerose abitazioni in una zona residenziale, con decine di vittime e feriti. Molte persone, soprattutto donne e bambini, sono rimaste intrappolate tra le macerie. Il tutto, come ogni giorno, viene documentato con video girati da citizen reporter e poi condivisi in rete.

Così arrivano a noi le immagini che più di mille parole raccontano la Siria oggi, il dolore e la sofferenza del popolo inerme; giungono a noi senza filtri l’ansia e il dolore di un padre che supplica i soccorritori di permettergli di guardare, per un solo istante, il figlio intrappolato sotto i muri crollati della loro stessa casa. Uno dei volontari lo rassicura, gli dice che è vivo, ma l’uomo insiste, tanto che il volontario si sposta e per alcuni istanti – preziosissimi in quelle circostanze – parla al figlio, che risponde. E’ vivo. “Anima mia, non avere paura, ora ti tirano fuori. Dov’è Mahmud?”. Il soccorritore lo tranquillizza, Mahmud è già stato salvato.

Altro video, altra abitazione. Viene trovato il corpo di un uomo, non riescono ad estrarlo a mani nude, hanno bisogno di una scavatrice. Nella stessa zona è stata colpita anche un’auto. All’interno il corpo senza vita di un uomo. E’ irriconoscibile, non trovano la sua testa. Cercano di capire chi sia dall’anello.

Scene di un “ordinario genocidio”, scene di morte e distruzione che ancora una volta chiamano le nostre coscienze ad agire per fermare tanta disumanità.

Video 1 – Un padre supplica di poter guardare il figlio sotto le macerie e potergli parlare.

Video 2 – 3 – Corpi di civili intrappolati sotto le macerie delle loro stesse case.

 

La foto del giorno: gli occhi specchio dell’anima

Saraqeb 24 febbraio 201424 febbraio 2014 – Saraqeb

Foto di: “Robin Houd”

Un filo d’erba che nasce dal nulla, una speranza, una nuova vita. Sarebbe una foto bellissima comunque, perché è bello il soggetto, perché è bella l’inquadratura. Ma a rendere questa foto ancor più bella è lo sguardo di chi l’ha fatta. Un giovane siriano di Saraqeb, in provincia di Idlib, una località siriana fortemente provata da tre anni di violenze. L’occhio che ha colto questo piccolo particolare in mezzo ai detriti e all’umana desolazione non può che essere lo specchio di un’anima che sa cercare la luce nelle tenebre, che sa emozionarsi di fronte alla vita che nasce, che sa cercare, cogliere e riconoscere la bellezza.

Gli occhi specchi dell’anima, l’anima dei giovani siriani che vogliono vivere, che non si piegano alla logica della morte.

Siria: perché continuano a fare figli, se tanto glieli uccideranno?

24 febbraio 2014 Talbisah24 febbraio 2014 – Talbisah, provincia di Homs

Un furgoncino aperto in movimento; a bordo alcune persone che piangono e si lamentano intorno ai corpicini senza vita di due bambini. Un terzo bambino è tenuto in braccio da un adulto. Mohamed, Yamen e Jihad sono avvolti in sudari bianchi impregnati del loro sangue innocente. Li stanno portando al cimitero. I tre fratellini sono rimasti uccisi nel bombardamento di oggi pomeriggio sul villaggio rurale di Talbisah, in provincia di Homs.

E’ stato tutto filmato con un telefonino e le immagini sono state condivise in rete, per mostrarle al mondo, anche se sembra che il mondo non voglia  vedere, assuefatto, indifferente fino alla complicità. Dopo tre anni, la morte di bambini  sotto le bombe non fa notizia. Il genocidio in Siria si sta consumando in silenzio. L’ultimo viaggio di Mohamed, Yamen e Jihad non rappresenta che l’ordinaria cronaca di una giornata come le altre: il regime bombarda, le case crollano, i civili rimangono uccisi.

In ogni paese del mondo dove c’è un tiranno che massacra il suo popolo, questo tiranno prima o  poi viene deposto, non senza sacrifici, anche in termini di vite umane. Ma in Siria no: troppi interessi geo-politici, troppe mani insanguinate, troppi accordi inviolabili firmati sulla pelle degli innocenti. Così l’infanticidio cominciato a Dar’à nel marzo del 2011 non si arresta e non ci sono segnali che cesserà e quando si racconta di questo dramma, capita che qualcuno sollevi una questione: “Perché continuano a fare figli, se tanto li uccideranno, o diventeranno storpi, disturbati di mente, o rimarranno orfani, o ancora finiranno nelle tendopoli senza prospettive e dovranno affrontare una vita da profughi, emarginati, poveri?”.

Domandare, per quanto la domanda sia cruda, è legittimo, ma trovare una risposta diventa doveroso. A prescindere dal fatto che in Siria il tasso di natalità è sempre stato molto alto, che il primo figlio si ha intorno ai vent’anni, bisogna tenere conto che oggi manca qualsiasi forma di assistenza medico sanitaria e qualsiasi forma di “prevenzione” e di educazione sessuale. Ma non è solo questo: mettere al mondo un figlio, anche in condizioni disperate, è una forma di sopravvivenza per l’umanità. Non fare più bambini per paura che questi muoiano o soffrano è quasi come accettare la propria condanna a morte senza lottare. La nascita è sempre un atto d’amore, di continuità con la vita stessa e il popolo siriano è un popolo amante della vita. Le donne che partoriscono sotto i bombardamenti, negli ospedali da campo, in tende senza assistenza, stanno compiendo un atto di coraggio, un atto d’amore, nella sua forma più alta. Non solo loro ad essere in difetto, non sono loro ad essere in torto: è chi vuole seminare la non-cultura della morte ad essere in torto; è chi lascia che tutto ciò accada che sbaglia; è chi ha causato la morte di oltre 12 mila bambini a doversi porre delle domande. Oggi la Siria e i siriani hanno bisogno di risposte.

Video 1  – L’ultimo viaggio dei fratellini Mohamed, Yamen e Jihad

Video 2 – Il funerale dei piccolo

Video 3 – Alcune immagini dei bombardamenti di oggi su Talbisah

Quanti sono i profughi siriani? Infografica dell’UNHCR

1782112_629885223752151_1390171942_n13 febbraio 2014

Secondo i dati forniti dai governi di Egitto, Giordania e Libano e i dati dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR) il numero dei siriani che hanno trovato riparo nei paesi limitrofi, nella condizione di profughi è di 2.477.030. Di questi, oltre 1 milione e 200 mila sono bambini.

Questi dati tengono conto solo delle persone effettivamente registrate. Si stima, infatti, che ci siano almeno 500 mila persone ancora non registrate e circa 47 mila in attesa di registrazione. Il numero, purtroppo, è destinato inesorabilmente a salire, a seguito degli incessanti bombardamenti sulle città siriane. I paesi confinanti con la Siria, tuttavia, hanno chiuso le proprie frontiere e l’accoglienza diventa sempre più difficile.

Un dato che merita particolare attenzione è quello relativo al numero di profughi accolti in Libano: circa un milione: se si considera che il numero degli abitanti del Libano è di circa 4 milioni di persone, si può immaginare la natura dell’impatto di una simile presenza. In questo quadro manca il numero dei siriani che sono andati all’estero (dai paesi del Golfo all’Europa) con un regolare permesso: sono principalmente imprenditori, banchieri, liberi professionisti che hanno lasciato la Siria a bordo di voli di linea, potendo permettersi viaggi e soggiorni all’estero e riuscendo ad ottenere i documenti necessari. Le condizioni dei profughi in Egitto sono progressivamente peggiorate, tanto che oggi è proprio dal paese delle piramidi che parte la maggior parte dei civili siriani che tentano di raggiungere l’Europa, in particolare la Germania e la Svezia. L’Italia, dove migliaia di profughi arrivano, è solo una tappa nel loro transito. I rifugiati siriani sono abbandonati a se stessi, sono costretti a rivolgersi a scafisti e bande che li aiutano ad imbarcarsi perché la comunità internazionale non è riuscita a garantire loro corridoi umanitari sicuri.

Altro dato che solleva non pochi interrogativi è quello del numero di siriani accolti nei cosiddetti “Paesi amici” (Sic), che non supera le 20 mila unità. All’interno della Siria sono oltre 9 milioni gli sfollati che vivono in tendopoli in condizioni disumane e che hanno bisogno urgente di ogni forma di sostentamento e aiuto.

Video: 21 febbraio 2014: l’esercito giordano respinge alcuni siriani che tentano di oltrepassare il confine. “Qui non hanno nulla, non c’è niente per voi”, dicono.

“E’ come se mi strappassero il cuore, Homs è la mia città” – testimonianza video

Homs 12 febbraio 201412 febbraio 2014 – Homs Voci dall’assedio

Testimonianza toccante di un uomo di Homs, che, insieme alle sue quattro figlie, ha lasciato la zona assediata in base al piano di evacuazione firmato in occasione dei colloqui di Ginevra2.

“E’ come se mi strappassero il cuore, Homs è la mia città. La mia città che è stata distrutta… ma cosa posso fare?”.

Il reporter gli chiede perché lascia la sua casa e se spera di ritornarvi.

“Sono stato costretto dai bombardamenti; mia moglie è rimasta uccisa dall’esplosione di un ordigno, io mi sono rotto una gamba a causa dello sparo di un cecchino. Ho quattro figli che stanno patendo la fame. Non c’è speranza che io torni. Forse tra vent’anni, quando ricostruiranno tutto. So che potremo diventare profughi, ormai siamo sfollati. Alle bambine potevo dare solo il corrispettivo di un bicchiere di grano al giorno e delle erbe che raccoglievamo nei campi. Do loro da bere del té perché non c’è latte e ci metto dell’aspartame che mi hanno dato”.

Una delle bimbe dice al reporter che è triste, molto triste perché lascia Homs.

Sono tutti visibilmente provati e la tristezza si legge sui loro visi, nelle loro espressioni. Questi sono i bambini che hanno subito l’assedio a Homs per oltre 630 giorni. Ora sono fuori, accolti in quartieri esterni alla zona isolata. Altre centinaia di bambini sono rimasti con le loro famiglie nella zona blindata dalle forze del regime. L’ennesimo fallimento della diplomazia mondiale, che per questi civili inermi non ha voluto prendere una posizione netta, cedendo ai ricatti del regime.

Cosa ne sarà di tutti questi innocenti? Cosa potrà consolare il loro dolore?

 

 

 

 

 

Su Noi Mondo TV si parla di Siria, citizen reporter, diritti umani – video

Noi Mondo TVhttp://www.noimondotv.eu/la-siria-di-asmae-dachan/

“Non potevo sottrarmi al richiamo di una madre ferita” – commuovono le parole risolute di questa trentasettenne anconetana, siriana di origine, giornalista di mestiere – Asmae è determinata, il destino l’ha voluta beffare facendole incontrare per la prima volta la sua mamma biologica (la Siria), sotto le bombe.

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