La foto del giorno: la vita in fiamme delle donne siriane

30 gennaio 2014 – Aleppo

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Va in fiamme il passato di un popolo inerme,  distrutto dalla violenza che da tre anni non si placa.
Le case crollano come castelli di sabbia,  il fumo e le fiamme cancellano i ricordi di una vita. 
E alle “sayydat al biut“, le “regine delle dimore”, come vengono indicate in Siria le donne che si occupano del focolare domestico, non resta che guardare con sofferta dignità. 
Assistono impotenti a tante atrocità,  mentre le tenebre della morte calano sulle loro vite, loro che la vita la danno, in ogni situazione. 
Le donne siriane hanno manifestato fianco a fianco con gli uomini per chiedere libertà e dignità; hanno subito e continuano a subire le violenze inflitte a tutta la popolazione e in più subiscono quelle violenze meschine e indicibili che da sempre vengono inflitte alle donne in situazioni di guerra, quando il corpo delle donne diventa un terreno di conquista… Un’infamia impunita che si perpetra anche ai danni delle bambine, nelle città,  come nelle tendopoli e nelle carceri del regime.

Darayya, un bombardamento in tre sequenze video

Darayya 29 gennaio 201429 gennaio 2013 – Darayya, governatorato di Damasco

Cosa sta accadendo in Siria in questi giorni, mentre i riflettori della comunità internazionale sono puntati sui colloqui di Ginevra2? In Siria, dal 22 gennaio, giorno di apertura dei lavori, ad oggi, 29 gennaio, sono morte oltre 400 persone, tra cui almeno 50 bambini, secondo quanto riferiscono i comitati di coordinamento locale. Le modalità sono sempre le stesse: bombardamenti, assedio e incursioni armate. A subire, la popolazione inerme, tra cui le donne e i bambini di Homs sulla cui pelle hanno trattato a Ginevra: invece di imporre al regime l’apertura di corridoi umanitari, infatti, qualcuno ha applaudito alla proposta dei vicari di assad di evacuare quelle donne e quei bambini (per dove?) e fornire una lista con tutti i nomi degli uomini presenti. In sintesi, una seconda Srebrenica. Una vergogna per l’umanità intera.

In questa sequenza di video, girati stamattina a Darayya – a sud ovest di Damasco – da diverse angolazioni della città, si riprendono i drammatici istanti di un bombardamento: l’elicottero militare che sorvola la città, lo sgancio di due ordigni, le spaventose esplosioni, con immense colonne di fumo e fuoco che si alzano. Intere famiglie sono state distrutte dal crollo delle loro stesse case.  A riprendere le immagini, i giovani citizen reporter siriani, quei “militi” ignoti dell’informazione che con la loro attività di documentazione forniscono al mondo le prove della devastazione provocata dalle violenze dal regime e dei suoi alleati.

Video 1 – Un velivolo militare sorvola il centro abitato

Video 2 – Lo sgancio di due ordigni, a distanza di pochi istanti l’uno dall’altro

Video 3 – L’esplosione documentata da un’altra angolazione

Video 4  – Le esplosioni, il fumo, il fuoco

 

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Lettera a Mohamed Bouazizi da un’attivista siriana

Mohamed BouaziziCaro Mohamed,

sono passati tre anni dalla tua scomparsa. Forse tu non potevi nemmeno immaginarlo, ma quella mattina del 17 dicembre, quando la disperazione ha avuto il sopravvento su di te, portandoti ad immolarti in nome della dignità e del rispetto dei diritti umani, hai acceso una fiamma che si è propagata in tutto il mondo arabo e non solo. Dopo il tuo gesto, infatti, milioni di giovani in diversi paesi arabi hanno preso coraggio e sono scesi nelle strade a manifestare per chiedere il riconoscimento dei propri diritti e la fine dei regimi totalitari che hanno gambizzato per decenni i loro paesi. Una fiamma che si è accesa in Tunisia con il tuo gesto e che, come la torcia olimpica, è passata di mano in mano… La storia ci insegna quanto sia difficile e lungo cambiare la mentalità del popolo, cambiare costumi, sradicare la corruzione, eliminare privilegi, contrastare gli estremismi, ma con la consapevolezza la strada, anche se in salita, si affronta con maggior coraggio.

Oggi ti scrivo per felicitarmi con te e con tutto il popolo tunisino. La rivolta contro il tiranno che vi opprimeva, il percorso lungo e difficile che avete intrapreso, i sacrifici, il dialogo, la moderazione, vi hanno portato alla storica firma di una nuova Costituzione. E’ un momento bellissimo e le immagini che giungono dalla tua Tunisia ci riempiono di speranza ed emozione.

Caro Mohamed,

tu non mi conosci, né io conoscevo te. Ho letto il tuo nome quando ormai avevi smesso di soffrire, il 4 gennaio del 2011; sapevo dai racconti sottovoce, soffocati, fatti di nascosto, delle sofferenze che pativa il popolo tunisino. Ma allora nessuno avrebbe parlato apertamente, nessuno avrebbe osato rompere il muro del silenzio. Come nel mio Paese d’origine, la Siria. Chi ti scrive, infatti, è un’attivista siriana, in pena per il suo popolo, per la sua terra. Il nostro Bouazizi (il tuo nome è diventato sinonimo di rivolta contro l’oppressione), anzi, i nostri Bouazizi, sono stati alcuni bambini di una scuola di Dar’à, nel sud della Siria. Hanno scritto sul muro della loro scuola: “Il popolo vuole la caduta del regime” e hanno pagato con la vita per il loro gesto. E’ stato allora che il popolo siriano ha rotto il coprifuoco che durava da oltre quarant’anni e ha chiesto riforme, libertà e la caduta del regime. Da noi le cose non sono andate come in Tunisia. Le manifestazioni, iniziate nel marzo 2011, sono state represse nel sangue: ci sono state oltre 150 mila vittime accertate, oltre 200 mila prigionieri per reati d’opinione, oltre 2 milioni di profughi, oltre 10 milioni di sfollati, oltre 2 milioni di persone sotto assedio. Interi quartieri, villaggi, città sono stati rasi al suolo. Sono spariti nel nulla attivisti, uomini e donne, musulmani e cristiani, giornalisti, intellettuali, artisti che hanno avuto il coraggio di dire basta al regime, basta alle violenze.

Caro Mohamed,

migliaia di giovani siriani non ci sono più. Anche loro, come te, avevano un sogno: la libertà. Le loro canzoni, le immagini delle loro manifestazioni, le loro parole riecheggiano nel mio cuore e in quello di tutti quelli che amano la Siria provocando una malinconia mortale. Oggi ti scrivo e quasi mi aspetto una risposta, come se tu mi possa rassicurare che anche da noi l’incubo finirà. In queste ore a Ginevra sono riuniti i potenti del mondo… ti risparmio i dettagli; ti dico solo che si prospetta una seconda Srebrenica. La storia non ci ha insegnato nulla.

Caro Mohamed,

avrei preferito sedermi con te, faccia a faccia, parlare da persone libere. Così non è stato.

Possa l’anima tua e quella di ogni oppresso nel mondo riposare in pace nell’Altra vita.

Asmae Dachan, 27 gennaio 2014

Dall’Italia a Ginevra per dar voce alla Siria

1505270_400704800074661_1646322249_nAnnalisa Roveroni, Presidente dell’Istituto per lo sviluppo olistico di Ostia Parmense, racconta il suo viaggio a Ginevra in occasione dei colloqui sulla Siria

Cosa ti ha spinto ad andare a Ginevra venerdì 24 gennaio?

“L’idea di andare a Ginevra davanti al palazzo delle Nazioni Unite dove si tiene la Conferenza internazionale sulla Siria è nata in modo quasi automatico, sull’onda della mobilitazione globale della Giornata di Solidarietà con la Siria, che avevamo organizzato anche in varie città italiane sabato 11 gennaio. Nella stessa occasione era stata lanciata una petizione per chiedere la protezione dei civili in Siria e il rispetto dei diritti umani; firme che erano indirizzate alle Nazioni Unite per far pressione in vista di Ginevra 2”.

Chi ha organizzato il viaggio? Quale clima ha trovato tra i tuoi compagni di viaggio? “L’appuntamento degli attivisti internazionali a Ginevra “per far sentire la voce del popolo siriano” era previsto per venerdì pomeriggio 24 gennaio (https://www.facebook.com/events/1510412165850655/) e l’Italia ha risposto con due diversi appelli, il primo partito da Torino dal Comitato per i diritti umani in Siria di Mahmoud Ghadri e il secondo – anche in ordine di tempo – dell’Associazione Insieme per la Siria Libera, gruppi che poi sono confluiti in un unico pullman partito da Milano nelle prime ore del mattino di venerdì.  In effetti, la giornata lavorativa della manifestazione nella città elvetica aveva impedito la partecipazione di molti, tanto che anche con un solo pullman erano rimasti alcuni posti liberi. L’obiettivo comune di fare il bene della causa siriana in un momento così drammatico per il suo popolo e cruciale politicamente ha fatto sì che il clima tra i/le partecipanti italiani/e-siriane/i durante il viaggio e la manifestazione fosse fraterno e di amicizia, nonostante gli attriti iniziali (tra italo-siriani) evidenziati dai due eventi distinti”.

A Ginevra, che aria tirava? Avete incontrato attivisti di altre nazioni?

Il gruppo dall’Italia – composto da siriani/e di origine provenienti da Venezia, Roma, Bologna, Crema oltre che Milano e Torino e con me e Sergio Castagna in rappresentanza del popolo italiano solidale con quello siriano – è giunto a Ginevra poco prima delle tredici, in una bellissima giornata di sole. Subito dal pullman abbiamo avuto un primo (e unico) contatto con i manifestanti pro-regime, davanti al Palazzo Wilson in riva al Lago di Ginevra, poche decine di persone tenute lontane dal luogo principale dell’evento, la nostra Place des Nations. Già questo fatto per noi è stato un segno inequivocabile della preferenza accordataci dai padroni di casa elvetici, un buon segno! Poco dopo, la vista della Piazza davanti al palazzo dell’ONU è stata un momento di gioia liberatoria, con tutte le bandiere della Siria libera sventolanti, i canti, i colori di centinaia di attivisti/e per la causa siriana, provenienti da tutta Europa e oltre, riuniti insieme! Moltissimi ovviamente i siriani/e svizzeri, oltre a quelli provenienti dalla Francia, dalla Germania, dall’Olanda, dall’Austria e da tanti altri Paesi, e tantissimi anche i non siriani presenti per dire basta ai crimini del regime e per chiedere che siano ascoltate le richieste angoscianti di soccorso provenienti dai siriani sotto assedio, sotto le bombe o imprigionati nelle carceri del regime. Ciò che più mi ha colpito è stata la varietà delle bandiere presenti in piazza, oltre a quella comune della Siria libera con le tre stelle rosse, rappresentanti le differenti appartenenze che si riconoscono nella rivoluzione siriana: moltissime erano, infatti, anche le bandiere curde, con il sole al centro, oltre a quelle bianche e azzurre degli Assiri di Siria, ma anche quelle dell’opposizione iraniana della campagna Save the 7 (in sit-in permanente a Ginevra da oltre 100 giorni ma che si era abbastanza ben integrata venerdì con la manifestazione per la Siria libera) e quelle palestinesi per richiamare l’attenzione sul dramma del campo profughi di Yarmouk vicino a Damasco, dove già oltre 50 palestinesi sono morti per la fame e le malattie a causa del criminale assedio da parte delle forze del regime di Assad”.

Da conoscitrice della causa siriana, secondo te prevale l’ottimismo sull’esito dei colloqui, o lo sconforto?

Credo che la maggior parte dei manifestanti a Ginevra fosse in preda ad una specie di eccitazione collettiva, di sogno che le nostre speranze, le nostre preghiere finalmente si possano realizzare come per incanto tra le mura solide e rassicuranti delle Nazioni Unite, nella calma e ben organizzata Svizzera. Ma anche il fatto che fossimo così pochi tutto sommato, anche rispetto alle scorse manifestazioni che erano state organizzate sempre a Ginevra dagli attivisti siriani e che avevano visto fino a sei pullman aderire dall’Italia, lascia trasparire una stanchezza, uno scoramento profondo, una mancanza di prospettive dovuto ad un grave e angosciante peggioramento della situazione in Siria per il popolo che sostiene la rivoluzione e per il futuro di tutta la Siria. Personalmente ritengo che solo il fatto di negoziare a Ginevra con gli emissari del governo di Assad, che dovrebbero essere con lui portati in catene alla Corte Penale Internazionale per i gravissimi crimini commessi, sia di per sé un fallimento del diritto e della civiltà internazionale. Sono da sempre, per cultura, una sostenitrice convita dell’ONU ma nel caso della Siria credo che il Segretario Generale Ban Ki Moon e con lui Lahkadar Brahimi dovrebbero essersi dimessi da tempo per il fallimento che l’ONU, con il veto di Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza, sta sperimentando sulla pelle del popolo siriano. I segnali che vengono da questi primi tre giorni di negoziati a Ginevra sono tutt’altro che buoni. Per prima cosa, gli emissari del regime venerdì 24 avevano minacciato l’abbandono dei negoziati se si fosse parlato di governo di transizione dotato di pieni poteri, come invece prevede Ginevra I che ormai sembra andato nel dimenticatoio! E dopo due giorni di colloqui su Homs, all’ultimo il regime fa la proposta infida di far uscire donne e bambini e di avere una lista degli uomini, anziché di far entrare gli aiuti umanitari come richiesto dalla Coalizione dell’opposizione. Proposta incredibilmente subito fatta propria da Brahimi che come “mediatore” già l’annunciava alla stampa come cosa fatta e sulle liste di Homs del regime corre a dare la sua benedizione, “senza paura” e senza neppure stare a sentire prima cosa ne pensava la Coalizione!  Il “mediatore” (del regime mi viene da aggiungere) che continua al contempo a ripetere alla stampa che bisogna essere “lenti, molto lenti”, che ci vorranno “giorni e settimane”, mentre il regime bombarda con i barili le città siriane e lui non ne fa neanche parola per non far spazientire i rappresentanti del “Governo” criminale. Una cosa sappiamo bene: che il tempo è l’alleato del regime e chi chiede tempo …”.

Come italiana impegnata in prima fila per la causa siriana, cosa ti auguri?

“Mi augurerei che l’ONU non lasciasse in mano a Brahimi la soluzione della tragedia siriana. Lui non mi sembra la personalità che può con autorevolezza mettere alle strette il regime di Assad. In questo ruolo, vedrei piuttosto Navy Pillay, Alto commissario per i diritti umani Onu, o il nostro Giulio Terzi.  Ma i giochi degli stati sono al di fuori della mia capacità di previsione e tanto meno di influenza. Come attivista, anche al ritorno da Ginevra nel pullman, ho riproposto a chi mi stava vicino l’appello di Abuna/Padre Dall’Oglio, di cui ancora più in questo momento cruciale ci mancano consigli e opere: dobbiamo andare noi, cittadini del mondo, attivisti, persone semplici, “diplomazia popolare” dal basso, in Siria o almeno ai suoi confini in Turchia, per far intendere chiaramente ai potenti che il sangue versato dai siriani, dalle donne e dai bambini, le loro ferite, sono il nostro sangue e le nostre ferite. Per affermare che i governi devono proteggere i cittadini non bombardarli con ogni bomba vietata dalla legge umanitaria e affamarli nelle città come eserciti medievali. Hitler è stato fermato, ora basta Assad! Ma dobbiamo credere nelle nostre forze prima di tutto noi stessi, non aspettare aiuto dagli alti livelli. Questi si muoveranno solo se saranno costretti da un’ondata di riprovazione popolare mondiale, dei popoli uniti e solidali. In Bosnia eravamo migliaia di pacifisti di tutto il mondo verso Sarajevo con Mir Sada e poi con we share one peace, fino a che la NATO è intervenuta per liberare Sarajevo. Cosa aspettiamo?”.

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“Che brutta storia”: l’omaggio dell’attore Mario Pennacchietti ai bambini siriani

 

L'attore Mario Pennacchietti
L’attore Mario Pennacchietti

Che brutta storia…
“Non diventeranno mai uomini, i bambini della Siria!
Sono morti senza colpa e senza peccato aspettando un futuro che non è mai
nato… qualcuno con gli occhi socchiusi ma senza un alito di fiato.
Sono immagine che fanno male, fanno piangere, ti strappano il cuore e non
si trovano risposte per giustificare tanto orrore.
Corvi neri portatori di funesti presagi che volano alti per non farsi colpire!
Gli elicotteri assassini di questo regime di morte, che lasciano cadere sopra
le case chili di tritolo dentro una botte!
Non è una guerra “convenzionale,” ma è una mattanza senza ragione
gettare le bombe su inermi civili, ammazzando uomini donne e bambini.
Tutto intorno il mondo tace!
Dopo i “gas” si è spenta la luce e dalla Siria non esce più una voce!
Solo silenzio dai potenti che sembrano fregarsene di questi ammazzamenti!
E intanto i bambini, quelli che non diventeranno mai grandi,
continuano a morire…
I loro sorrisi spenti sotto nuvole di polvere e di sudore!
Lentamente la polvere salirà verso il cielo e porterà con se le anime di questi
piccoli martiri.
Li, nel silenzio del paradiso, troveranno la pace e tanto, tanto amore…
E delle bombe non sentiranno più il rumore”.

Mario Pennacchietti

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Siria: così il regime fa morire i bambini di fame – video shock

Majed bimbo di Al Yarmouk 25 gennaio 20144 aprile 2012 – Homs, 25 gennaio 2014 – Al Yarmouk camp, Damasco

I bambini nelle città siriane assediate stanno morendo di fame. A Homs, come nella periferia meridionale di Damasco, in particolare nel campo profughi palestinese di Al Yarmouk, la mancanza di cibo, acqua potabile e medicinali sta provocando un genocidio silenzioso e atroce.

L’assedio è un’arma a tutti gli effetti, devastante e subdola, che colpisce le persone più fragili e deboli, bambini e anziani in primis. Vittime dell’isolamento forzato e del silenzio complice del mondo. Non si può fingere di non sapere: è dal 2012 che i citizen reporter siriani documentano queste atrocità e tutti hanno visto i video e le immagini di piccoli e adulti morti per le conseguenze della malnutrizione. Era il 4 aprile 2012 quando dal quartiere assediato di Al Khaldiya, a Homs, un’infermiera, raggiunta da un giovanissimo reporter (all’epoca minorenne), denunciava la tragedia della piccola Nasr, una bimba di appena un mese, che rischiava di morire per la mancanza di latte in polvere. Il suo appello è rimasto inascoltato e la piccola, due giorni dopo, è spirata. Qui la storia completa di Nasr:http://bit.ly/1bqt0Ec.

Il caso scosse la coscienza di molti e da allora gli attivisti, siriani e non, hanno iniziato una campagna per chiedere la fine dell’assedio su tutte le città, mentre i sostenitori di assad hanno continuato a dire che si trattava di notizie false, di propaganda, nonostante le immagini inequivocabili e i continui appelli che si innalzavano dalle città isolate. Di fatto, dal 2012 ad oggi, sono ormai migliaia i civili morti, soprattutto bambini, non a causa delle bombe, né dei cecchini, né delle armi chimiche, ma a causa dell’assedio. Le madre di questi bimbi, anch’esse denutrite, non hanno la possibilità di salvarli allattandoli, perché non hanno latte.

Il campo profughi palestinese di Al Yarmouk, sorto nella periferia meridionale di Damasco nel ’57, pesantemente bombardato dall’aviazione militare siriana prima e diventato teatro di violenze ad opera delle milizie di al Qaeda negli ultimi mesi, è uno dei luoghi più colpiti dalla morsa dell’assedio. Nati profughi, figli di profughi, in un paese dove i loro avi avevano cercato protezione e riparo, i bambini di Al Yarmouk sono doppiamente vittime dei giochi di potere, che calpestano i loro diritti umani. Di fronte a tutto questo c’è chi ancora continua a credere alla propaganda di regime che esalta assad quale baluardo nella difesa dei diritti dei palestinesi.

Proprio da lì sono arrivate ieri (25 gennaio 2014) le immagini drammatiche di un bambino, Majed, ritratto mentre sta spirando… Sono immagini agghiaccianti, atroci, disumane. La  condivisione ha come unico obiettivo quello di documentare ciò che nessuno vuole raccontare, né far vedere e che, di conseguenza, viene censurato e ignorato. Il piccolo è incredibilmente magro, sofferente. La madre, raccontano, è stata ferita ed è stata portata all’ospedale da campo per una medicazione. Viene mostrato un biberon con un liquido verdastro: dentro, spiegano c’è acqua non potabile (probabilmente quella dei pozzi) e succo di verdure.

Majed, come Nasr, come altre migliaia di bambini uccisi dalla fame e dagli stenti in Siria. E’ umanamente accettabile tutto ciò? E’ umanamente accettabile che si tratti sulla pelle di queste creature indifese? La rottura dell’assedio e l’immediata apertura di corridoi umanitari sono l’unica vera chiave di volta per la salvezza del popolo siriano. I negoziati di Ginevra2 dovrebbero portare almeno a questo risultato, subito.

Video 1 – 25 gennaio 2014 Majed, un bimbo palestinese nel campo profughi assediato di Al Yarmouk, nella periferia meridionale di Damasco, esala gli ultimi respiri. Ucciso dalla fame e dagli stenti.

 http://www.alarabiya.net/articles/2012/04/04/205388.html

Video 2 – 4 aprile 2012 Nasr, una bimba di Homs, spirata a causa dell’assedio e della malnutrizione. Le immagini sono state girate due giorni prima della morte della piccola.

 

 

 

Siria, bimba sepolta dalle macerie, estratta viva – video

Aleppo 23 gennaio 201422 gennaio 2014  -Aleppo quartiere di Almasaraniye

Una bambina di pochi mesi è stata estratta viva oggi pomeriggio da sotto le macerie della sua casa ad Aleppo.

Il video, girato dal centro di informazione “Nur”, documenta il tempestivo intervento di volontari che, a mani nude, si precipitano nel punto probabilmente indicato da un altro superstite, forse un famigliare della bimba e, in circa otto minuti, riescono ad estrarla viva.

Sono immagini concitate, che tengono con il fiato sospeso; dopo tanta tensione, il lieto fine.

Tutto ciò accade mentre ai colloqui di Ginevra2 i potenti del mondo discutono della Siria; il regime continua imperterrito a bombardare le zone residenziali.

La bimba forse è troppo piccola per comprendere cosa accade e forse non lo ricorderà mai. Di certo i soccorritori avranno sempre impresse nei propri occhi le immagini di quell’angelo intrappolato tra le macerie, vittima della ferocia dei bombardamenti del regime. Le loro mani forti e delicate hanno scavato con tenacia, come se ognuno di loro dovesse salvare il proprio figli o e con quel figlio un frammento d’umanità. Questi sono i figli del popolo siriano, abbandonati dal mondo, che si stringono e si prodigano per aiutarsi a vicenda.