Abdulqader Al Salih, il comandante che parlava ai cuori dei siriani

1454728_10202706443850114_1585805769_n18 novembre 2013 – Aleppo

Lo sguardo limpido, il sorriso rassicurante e pulito, i modi gentili, la voce pacata, il gran coraggio e l’altruismo innato: viene ricordato così Abdulqader Alsalih, trentatreenne, padre di cinque figli, soprannominato Haji Mare’è -in riferimento alla sua città di origine – rimasto ucciso lunedì in combattimento ad Aleppo.

Prima dell’inizio delle violenze in Siria faceva il commerciante di generi alimentari; conduceva una vita semplice, da civile, dedicandosi alla famiglia e alla beneficenza. La sua esistenza è stata stravolta per sempre dal precipitare degli eventi, tanto da spingerlo a lasciare il suo lavoro e il suo ambiente e decidere di unirsi, sette mesi dopo l’inizio delle violenze, al neonato Esercito Siriano Libero. Non era un violento, non amava le armi, come lui stesso aveva dichiarato in un’intervista:

Non ho mai preso un’arma in vita mia, se non durante il servizio militare; ho preso parte alle manifestazioni pacifiche per sette mesi. Prima facevo il commerciante di generi alimentari e solo dopo aver visto le atrocità del regime ho deciso di imbracciare un fucile“.

1452387_10200922271527797_483050504_nAbdulqader Alsalih era un uomo dai grandi ideali, che non ha esitato a rinunciare alla tranquillità per mettere la sua vita al servizio dei suoi concittadini, per difendere le vite degli altri, soprattutto delle donne e dei bambini, diventando il comandante di Liwa Altawhid, il gruppo che riunisce i combattenti contro il regime nella città di Aleppo.

Su di lui il regime aveva messo una taglia: 200 mila dollari per chi l’avesse catturato o ucciso. Abdulqader aveva subito diversi attentati, ma non si era mai tirato indietro. Con il suo impegno aveva riempito un vuoto lasciato da tanti capi militari che, dopo aver defezionato dalle fila del regime, rifiutandosi di sparare contro la propria gente, si sono rifugiati in Turchia. Il suo temperamento mite e il suo impegno nel mantenere l’unità delle diverse fazioni lo hanno fatto diventare un riferimento per tutti; era stimato, ben voluto e preso da esempio. “Sono musulmano e sono fiero di dirlo, ma questo non vuol dire che io sia un estremista. Siamo moderati, vogliamo la convivenza e la tutela di tutti” – aveva dichiarato in un’intervista al New York Times lo scorso marzo.

Un uomo, non un militare, un padre, non un guerrafondaio, un’anima libera costretta dall’ingiustizia e dalle violenze a combattere. “Non riesco a pensare alla mia vita in futuro” – aveva detto – “ora siamo totalmente impegnati sul piano militare per liberare il paese”.

Un altro figlio della Siria che si spegne, che non scriverà mai la parola futuro, che lascia i suoi figli, la moglie, i suoi compagni. Un giovane di 33 anni che era riuscito ad unire le anime dei siriani, che rincuorava le donne e i bambini promettendo di difenderli con la propria vita. Oggi la Siria è orfana di un suo figlio amato e stimato; orfana, parola che  Abdulqader stesso aveva usato per descrivere la Siria abbandonata dalla comunità internazionale, denunciando l’indifferenza del mondo di fronte al genocidio dei civili. La Siria lo piange scrivendo per lui: “Dio sceglie sempre i migliori”.

 

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