Kafarbatna: l’ennesima strage di bambini – Video shock

Kafarbatna 31 marzo 2013Kafarbatna – 31 marzo 2013

I bombardamenti di oggi su Kafarbatna, periferia di Damasco, hanno causato l’ennesima strage di bambini in Siria: sei membri della stessa famiglia sono morti nella loro casa. Almeno 5 piccoli sono rimasti uccisi; tra loro 4 fratellini.  Il totale delle vittime ad ora è di 13, ma ci sono feriti molto gravi e si teme un nuovo aggiornamento.

Nel  video il padre dei bambini denuncia l’indifferenza del mondo.

 

158 morti: si chiude così l’ultimo giorno di marzo 2013

assad criminaleSecondo i dati diffusi dai Comitati dei coordinamenti locali in Siria, nella giornata di oggi, 31 marzo 2013, sono morti 158 civili siriani. Tra di loro ci sono 17 bambini, 16 donne e 7 persone uccise sotto tortura. La maggior parte delle vittime, circa 100, è di Damasco e della sua periferia. 32 sono i morti a Homs 18 ad Aleppo, 3 ad Idlib, 1 a Deir Ezzor e uno a Raqqa.

Nel mese che celebra il secondo anniversario dell’inizio della repressione, non accennano a fermarsi le violenze del regime contro i civili inermi. La popolazione siriana è ormai allo stremo. L’indifferenza del mondo cresce proporzionalmente alla sofferenza e al dolore dei siriani. assad è un criminale, ma anche l’indifferenza è un crimine terribile.

 

Il cambio della bandiera

Tra i cambiamenti più evidenti che la rivoluzione siriana ha introdotto, c’è stato quello della bandiera: i cortei che si oppongono al regime, così come i movimenti dei siriani all’estero, hanno abbandonato la bandiera ufficiale verso intorno al mese di settembre, proprio per esprimere il fatto di non sentirsi rappresentati dalla dinastia assad e hanno ripristinato la bandiera che ha rappresentato la Siria fino al 1963. Ufficialmente, dal 1980, l’emblema siriano è a tre fasce orizzontali, rossa, bianca e nera, con due stelle verdi al centro. Innalzando quella che è stata ribattezzata come “Alam al Istiqlal”, la bandiera dell’indipendenza, i giovani siriani hanno cercato, anche a livello visivo, di smentire gli organi ufficiali di stampa, che definivano ogni corteo che si radunava come un corteo in favore del presidente assad.

Repubblica di Siria, Al-Jamhuriya as-Suriya, République de Syrie

1932-1958 e 1961-1963

Syria-flag_1932-58_1961-63

Bandiera nazionale, mercantile e, dal 1946, della marina militare. Alzata ad Aleppo il 1° gennaio 1932 restò immutata, nonostante le vicende legate alla fine del mandato francese e alla seconda guerra mondiale, fino al 31 gennaio 1958, vigilia della formazione con l’Egitto della Repubblica Araba Unita. Ripresa il 30 settembre 1961 in seguito al dissolvimento dell’unione e sostituita in via definitiva l’8 marzo 1963. Proporzioni 1/2. I colori erano quelli panarabi già presenti sulla bandiera di Feisal del 1920. Le tre stelle rosse (che per i primi mesi, fino al giugno 1932, erano inclinate) rappresentavano i distretti (vilayet) di Damasco, Aleppo e Deir-ez-Zor.

Flag_(1963-1991)

Bandiera nazionale, mercantile e della marina militare adottata l’8 marzo 1963 in seguito al colpo di stato dei filo egiziani del partito Ba’th e sostituita il 31 dicembre 1971. Le tre stelle verdi simboleggiavano l’aspirazione a costituire una nuova unione araba tra Siria, Egitto e Iraq.

1972-1980

Flag_of_Syria_1972

Bandiera nazionale, mercantile e della marina militare adottata il 1° gennaio 1972 in concomitanza con Egitto e Libia che con la Siria formavano l’Unione delle Repubbliche Arabe. Abolita il 30 marzo 1980 a causa della rottura con l’Egitto di Sadat che aveva concluso trattati di pace con Israele. In Egitto sopravvisse fino al 1984, mentre in Libia era già stata cambiata nel 1977. Il falco d’oro, emblema dei Quraisciti, sostituì le stelle verdi, eliminando così uno dei colori panarabi. Il cartiglio artigliato dal falco portava la scritta Ittihad al-Jamhuriat al-Arabiya, Unione delle Repubbliche Arabe. La bandiera si identificava con quella dell’Unione (le bandiere dell’Egitto e della Libia ne differivano solamente per una piccola scritta col nome del paese sotto il cartiglio).

 1958-1961 e dal 1980

Flag_of_United_Arab_Republic

Bandiera nazionale e mercantile (dal 1980 anche della marina militare) adottata il 1° febbraio 1958, giorno della nascita della Repubblica Araba Unita (RAU) tra Siria ed Egitto. Sostituita il 30 settembre 1961, fu ripresa il 30 maggio 1980 ed è tuttora in uso. La bandiera derivava da quella precedentemente in vigore per trasposizione del verde col rosso ed eliminazione di una stella. Nel periodo della RAU le due stelle alludevano alla Siria e all’Egitto. Oggi ovviamente tale simbolismo non è più valido; non se ne conosce tuttavia uno nuovo.

Dal 2011

Syria-flag_1932-58_1961-63

Bandiera dell’Indipendenza, adottata dai manifestanti per mostrare al regime, anche visivamente, l’intento di  ridare alla Siria e alla sua popolazione la libertà rubata da oltre quarant’anni. E’ diventata un segno di riconoscimento tra i siriani liberi, anche all’estero.

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La Siria in piazza: le proteste contro assad

مظاهرة-سوريةSono almeno tre le caratteristiche comuni a tutti gli assembramenti nelle piazze siriane, emerse sin dai primi giorni:

1-      La natura pacifica delle proteste;

2-      Il loro carattere spontaneo;

3-      Il loro essere molto partecipate.

Sono tutti aspetti particolarmente significativi: i giovani siriani che hanno infranto il regime di coprifuoco, si sono organizzati, così come i coetanei egiziani e tunisini, attraverso la rete. Non esistendo un’opposizione formale in Siria, mancando luoghi di confronto e di dibattito aperto, ci si è mossi attraverso i social network, organizzando eventi e dandosi appuntamento tramite Facebook e Twitter, correndo poi a caricare le foto e i video in rete per condividerli. Questo aspetto, ha determinato la definizione della rivolta in Siria come la “Rivolta di Facebook”; un’altra definizione è quella di “Rivolta orizzontale”, proprio per il fatto che le notizie, gli aggiornamenti, le iniziative, si sono di volta in volta diffuse tramite il passaparola virtuale. In assenza di una regia, di un punto di riferimento che indirizzasse i manifestanti, sono stati essi stessi a prendere in mano le redini della situazione, organizzandosi in modo davvero sorprendente, anche per il numero delle adesioni che i diversi raduni hanno registrato. Per dare un’idea delle proporzioni di simili manifestazioni, basta ricordare che a luglio del 2011 a Hama si è arrivati a contare oltre mezzo milione di persone scese nella principale piazza della città: non bisogna dimenticare che Hama aveva un conto in sospeso con la dinastia degli assad, per via del massacro del 1982.

Uno dei primi slogan innalzati dalle piazze siriane è stato “Silmye-silmye”, ovvero Pacifica –pacifica e Surya bidda horrie cioè la Siria vuole libertà. Altro slogan molto gettonato era erhal, ciò vattene, così come se ne era andato Ben Alì dalla Tunisia. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, i siriani si sono letteralmente ingegnati creando slogan, canzoni, ritornelli, ideando coreografie e innalzando cartelli e striscioni per esprimere i propri sentimenti e condividerli con gli altri e per la prima volta, infrangendo ogni tabu, i video e le immagini di queste proteste vengono condivisi con il resto della Siria e con il mondo attraverso la rete. Tutto assume l’aspetto di una grande festa: vengono montati palchi o comunque la persona o le persone che cantano vengono fatte salire su una sedia e messe, come in un concerto, di fronte al “pubblico”, che ripete, applaude, fischia, senza mai smettere di fare riprese con i telefonini.

Ibrahim QashoushÈ così che il mondo conosce e impara uno dei ritornelli in assoluto più gettonato e ripetuto nelle pizze della Siria e che viene immediatamente adottato dai manifestanti all’estero Yallah erhal ya Bashar, che significa “Dai, vattene Bashar”, ideato e cantato da un trentenne di Hama, Ibrahim Qashoush. Sulla storia di questo usignolo dalla voce allo stesso tempo dolce, ma forte, tornerò nella parte dedicata ai protagonisti della rivolta perché, Qashoush è diventato, in tutto e per tutto, uno degli emblemi della rivolta siriana. Identificato dai servizi segreti come ideatore e interprete di canzoni contro il regime, è stato sequestrato e ucciso, non con un proiettile, ma con il taglio della gola e l’asportazione delle sue corde vocali. La sua morte doveva, per i fedeli di assad, far tacere le voci dei giovani siriani. Oggi, a quasi un anno dalla sua scomparsa, il suo nome viene usato come un aggettivo, per definire tutti quei giovani che combattono il regime con la propria voce: Qashoush al-sawra, cioè il Qashoush della rivolta e le sue canzoni sono cliccatissime su Youtube e ripetute in tutti i cortei.

Il fatto che in tutti i ritrovi si inneggiasse ad un atteggiamento pacifico era un chiaro segno della volontà del popolo siriano, di voler dar vita ad una fase di cambiamento e transizione, senza il versamento di sangue, senza violenze, né perdita di vite umane. La reazione del regime, sin dai primi giorni, tuttavia, è stata tutt’altro che di apertura, con un crescendo di azioni violente che non ha precedenti nella storia. Anche di fronte alle stragi che l’esercito commetteva nelle diverse città, il fondamento pacifico delle proteste non è venuto meno: i giovani della rivoluzione non cercavano lo scontro con i fedeli del regime o i coetanei del partito Ba’th, il loro scopo era radunare quante più persone possibili nelle piazze per darsi reciprocamente coraggio e per mostrare ad assad e al mondo intero la propria volontà. Università e luoghi di culto diventano, oltre alle pizze virtuali della rete, i punti in cui ci si confronta e ci si scambia idee, ci si organizza per la manifestazione successiva, ma questo aspetto non sfugge ai militari, che presidiano le uscite delle moschee e irrompono più volte negli atenei per schedare coloro che considera rivoltosi e quindi fuorilegge.

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La rivolta siriana contro il regime di assad: l’inizio

Dar'àLa data ufficiale a cui si fa risalire l’inizio delle proteste del popolo siriano contro il regime di Bashar Assad e il potere del partito Ba’th è quella del 15 marzo 2011. Una data storica, che ha segnato, per i siriani in Patria e i siriani della diaspora, l’inizio di un cammino, lungo e difficile, ma tanto agognato e rimasto in standby per decenni: quello verso la libertà. Con l’inizio della cosiddetta Primavera Araba in molti si sono chiesti se anche in Siria, dopo la Tunisia, l’Egitto, la Libia e lo Yemen, la popolazione si sarebbe mossa e sarebbe scesa in piazza per chiedere la caduta del regime. In fondo, non si sarebbe trattato di inventare nulla di nuovo: il seme della libertà è sì rimasto nascosto per un lungo periodo (almeno un trentennio durante il quale l’ombra del massacro di Hama ha spento sul nascere ogni idea di rivolta), ma in questo tempo ha piantato solide radici, come confermano i fatti, giorno dopo giorno.

  1. 1.      La scuola di Dar’à

Ma cosa è accaduto quel fatidico 15 marzo 2011? La fiamma della rivolta si è accesa a Dar’à. Un gruppo di bambini di dieci anni, seguendo in TV le notizie delle rivolte nei Paesi arabi, in particolare in Egitto, con i giovani che si radunavano nelle piazze e scandivano slogan contro il regime, ha deciso di emulare le loro gesta, scrivendo sul muro della propria scuola “Il popolo vuole la caduta del regime”. L’intervento dei mukhabarat, servizi segreti, è stato immediato: quindici bambini del quarto anno sono stati sequestrati e condotti a Damasco. L’immediata reazione delle famiglie, che hanno chiesto la loro liberazione, non è servita a placare la violenza del regime, che li ha tenuti in uno stato di detenzione per ben tre settimane, sottoponendoli persino a torture. Durante il periodo del loro sequestro, i capi delle tribù a cui appartengono le famiglie dei bambini, hanno incontrato i servizi segreti locali, per chiedere la loro liberazione, annunciando che non sarebbero rimasti a guardare. In quei difficili giorni, infatti, infrangendo il regime di coprifuoco che in Siria vige da oltre quaranta anni, la gente di Dar’à, città del Sud, fortemente legata ai valori tradizionali, è scesa nelle strade a protestare, in modo pacifico, scandendo slogan e gridando, ma per tutta risposta il regime ha deciso di usare la violenza, ordinando arresti indiscriminati, anche ai danni di bambini e adolescenti e aprendo il fuoco sui manifestanti. 

Sono così caduti i primi venti martiri e la loro morte, insieme alla notizia del sequestro e della detenzione a Damasco dei quindici bambini della scuola elementare di Dar’à, ha infiammato le proteste in tutta la Siria. Decine di manifestazioni spontanee sono state organizzate in diverse città, prime tra tutte Hama e Homs, insieme a Dar’à e Latakia e alcune statue raffiguranti Assad padre a Assad figlio, sono state distrutte. Un gesto, questo, che agli occhi del regime risulta più grave persino dell’uccisione di una persona. La repressione si inasprisce e il numero dei morti nelle strade e nelle piazze sale in modo preoccupante, ma in modo direttamente proporzionale aumentano le manifestazioni, i raduni di piazza e i ritrovi di centinaia di migliaia di siriani. Quello che il regime forse pensava di controllare mettendo in atto un’azione sconvolgente, come quella del sequestro e della tortura ai danni di bambini, ricorrendo cioè alla logica della paura e del terrore, si è dimostrato, invece, come un qualcosa di ormai incontenibile, uno “tsunami umano”, come è stato definito da più parti, con una missione ben definita: rovesciare il regime di Bashar Assad.

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